Il Regno Unito si prepara a una nuova possibile stretta fiscale sugli alcolici, ma questa volta il mondo del vino e degli spirits chiede a Londra di cambiare direzione. A poche settimane dall’Autumn Budget, atteso il 28 ottobre, la Wine & Spirit Trade Association (WSTA) ha invitato il Governo a riconsiderare l’aumento delle accise previsto per il prossimo febbraio e a valutare, al contrario, una riduzione della pressione fiscale sul comparto.
Il nodo è l’indicizzazione all’RPI, il Retail Price Index: secondo le stime oggi disponibili, l’incremento potrebbe aggirarsi intorno al 2,9%. Se confermato, il nuovo aumento si tradurrebbe, secondo le simulazioni della WSTA, in circa 10 penny di accisa in più su una bottiglia media di Prosecco, 11 penny su un vino rosso e 31 penny su una bottiglia di gin.
Il tema non riguarda però soltanto il prezzo finale al consumatore. La questione centrale, per l’associazione che rappresenta oltre 300 aziende attive nella produzione, importazione, distribuzione e vendita di vino e spirits nel Regno Unito, è l’efficacia stessa della strategia fiscale. La WSTA sostiene infatti che l’aumento delle aliquote non stia producendo il gettito atteso, perché la maggiore imposizione sta accompagnando una progressiva contrazione dei consumi.
I numeri danno consistenza all’allarme. Nel 2025-2026 le entrate complessive derivanti dalle accise sugli alcolici sono scese dell’1,4%, attestandosi a circa 12,4 miliardi di sterline, con una perdita di 182 milioni rispetto all’esercizio precedente. Particolarmente significativa la flessione relativa a vino e spirits, che hanno registrato una diminuzione di 94 milioni di sterline ciascuno, mentre il gettito della birra è calato di 68 milioni.
Anche i consumi raccontano una trasformazione profonda del mercato britannico. Secondo la WSTA, negli ultimi tre esercizi finanziari i volumi degli spirits sono diminuiti del 15,3%, quelli del vino fermo dell’8% e quelli dei vini fortificati di oltre il 22%. Un andamento che si inserisce in un contesto più ampio di moderazione dei consumi, maggiore attenzione alla spesa e crescente diffusione delle alternative low e no alcohol.
La stessa analisi dell’Office for Budget Responsibility evidenzia come l’aumento dei prezzi e il cambiamento delle abitudini di consumo stiano comprimendo la quantità di alcol venduta. Le previsioni dell’OBR indicano una riduzione significativa dei volumi, mentre la crescita futura del gettito dovrebbe dipendere in larga misura dall’incremento delle aliquote.
È proprio questo meccanismo a essere contestato dalla WSTA: tassare maggiormente un prodotto il cui consumo sta diminuendo potrebbe, secondo l’associazione, produrre l’effetto opposto rispetto a quello desiderato dalle casse pubbliche. La richiesta al Tesoro è quindi quella di sperimentare una strategia diversa, basata su una riduzione delle accise capace di sostenere i consumi legali, le imprese e l’occupazione e, nel medio periodo, anche le entrate fiscali.
Sul tavolo c’è inoltre la fragilità del comparto hospitality. Il settore britannico continua a confrontarsi con costi elevati, pressione fiscale, business rates e contributi sul lavoro. UKHospitality chiede, tra le altre misure, di portare l’IVA sulla ristorazione e sull’ospitalità al 10%, intervenire sui business rates e ridurre il peso dei contributi a carico dei datori di lavoro.
Il tema occupazionale assume particolare rilievo anche alla luce dei dati dell’Office for National Statistics: tra aprile e giugno 2026 nel Regno Unito erano circa 981.000 i giovani tra 16 e 24 anni fuori da istruzione, lavoro o formazione, pari al 13% della popolazione di quella fascia d’età. L’ONS segnala inoltre un aumento di 30.000 unità rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Per il vino italiano la partita è particolarmente delicata. Il Regno Unito resta infatti uno dei principali mercati esteri per il nostro settore, ma nella prima metà del 2026 le importazioni di vino italiano hanno raggiunto 345,5 milioni di euro, in calo del 6,6% rispetto allo stesso periodo del 2025. Anche i volumi hanno registrato una contrazione, scendendo a 110,9 milioni di litri, il 6% in meno su base annua.
La pressione fiscale si inserisce così in un mercato già segnato da prezzi più alti, consumi prudenti e una selezione sempre maggiore da parte dei consumatori. Dal 2023 il Regno Unito ha modificato profondamente il sistema delle accise, collegando la tassazione al grado alcolico del prodotto; dal febbraio 2026 le aliquote sono state ulteriormente aggiornate in linea con l’RPI, con un incremento del 3,66%.
Ora la WSTA punta sul prossimo Budget per interrompere quella che considera una spirale fiscale controproducente. La questione non è soltanto quanto costerà una bottiglia in più, ma quale modello di mercato il Regno Unito voglia costruire per vino, spirits e hospitality: un sistema nel quale l’aumento delle aliquote compensi la riduzione dei volumi oppure una politica fiscale più leggera, nelle intenzioni dell’associazione, capace di rilanciare consumi, imprese e gettito.
Per il vino italiano, che guarda ancora al Regno Unito come a uno dei mercati strategici per valore e dimensione, la decisione di Londra sarà dunque tutt’altro che marginale. In un momento in cui l’export mostra già segnali di rallentamento, ogni ulteriore incremento del costo fiscale rischia infatti di trasformarsi in una nuova barriera tra le bottiglie e il consumatore britannico.

