Ci sono storie che coincidono con quelle di un territorio. Quella di Mariuccia Borio è una di queste. Nel 1970, alla morte del padre, si ritrovò a prendere in mano Cascina Castlèt, azienda di famiglia sulle colline di Costigliole d’Asti.
Era figlia unica e ricevette in eredità circa cinque ettari, in un’epoca nella quale laviticoltura piemontese era ancora lontana dalla dimensione internazionale che avrebbe conquistato nei decenni successivi. Oggi Cascina Castlèt conta circa 31 ettari vitati e una produzione articolata attorno a Barbera, Moscato, Uvalino, Nebbiolo, Cabernet Sauvignon e Chardonnay.
La sua è una storia di continuità, ma anche di rottura. Prima di tornare a Costigliole, Mariuccia viveva a Torino e lavorava nella bottiglieria di famiglia. Era il mondo del vino sfuso, delle damigiane e di un consumo quotidiano nel quale il vino aveva soprattutto una funzione alimentare. Ma proprio in quegli anni iniziavano a comparire le prime bottiglie con etichetta e i primi produttori intuivano che il futuro sarebbe passato dalla qualità, dalla riconoscibilità e dalla capacità di raccontare un territorio.
«Quando ho cominciato nel 1970 si vendeva soprattutto vino sfuso. Il vino era più un alimento. Poi, man mano, è diventato qualità, è diventato piacere e tutto è cambiato», racconta Mariuccia Borio.
È una frase che sintetizza una trasformazione profonda. Il vino italiano ha progressivamente smesso di essere soltanto una presenza quotidiana sulla tavola per diventare prodotto agricolo di valore, elemento culturale e, soprattutto nelle aree più vocate, strumento di valorizzazione del paesaggio.
A Costigliole d’Asti questo passaggio ha trovato nella Barbera uno dei suoi principali interpreti. Il territorio ha una storia vitivinicola antica e una particolare vocazione per il vitigno. Già nell’Ottocento il marchese Filippo Antonio Asinari di San Marzano, figura centrale della storia enologica locale, lavorò per dimostrare le potenzialità dei vini astigiani. Nel 1819 spedì da Genova verso Rio de Janeiro anche Barbera e Nebbiolo prodotti nelle sue tenute, in un vero e proprio esperimento sulla capacità dei vini piemontesi di affrontare i lunghi viaggi.
Lo stesso Asinari è legato alla storia dello Chardonnay in Piemonte. Al suo ritorno dalla Francia portò alcune barbatelle provenienti dalla Borgogna e le mise a dimora proprio a Costigliole. La presenza dello Chardonnay sulle colline astigiane ha quindi radici molto più antiche di quanto si possa immaginare.
A Cascina Castlèt questa memoria continua a vivere attraverso una viticoltura che non si è mai limitata ai vitigni autoctoni. Accanto a Barbera e Moscato, l’azienda ha scelto di lavorare anche con Cabernet Sauvignon e Chardonnay, senza rinunciare all’Uvalino, varietà rara del territorio alla quale Mariuccia Borio ha dedicato negli anni un importante lavoro di recupero e valorizzazione.
La Barbera resta però il cuore del racconto. Non soltanto perché rappresenta uno dei vitigni simbolo dell’Astigiano, ma perché attorno alla sua evoluzione si può leggere una parte importante della storia recente del vino piemontese.
«Sono almeno venti o trent’anni che la Barbera è in continua ascesa. Prima viveva grazie a qualche produttore, mentre oggi c’è uno zoccolo duro di aziende che fanno Barbera di grande qualità», spiega Borio.
È una crescita costruita nel tempo, attraverso il lavoro di molti produttori e una progressiva presa di coscienza del valore del territorio. Oggi la Barbera d’Asti non è più soltanto il vino
della tradizione contadina: è una denominazione capace di esprimere interpretazioni differenti, dalla freschezza quotidiana alle versioni più strutturate e longeve.
Cascina Castlèt ha contribuito a questa evoluzione con una gamma nella quale ricerca, identità e comunicazione sono diventate parte integrante del progetto. I nomi delle etichette — da Passum a Policalpo, da Avié a Uceline — custodiscono storie e riferimenti alla famiglia, ai luoghi e alla cultura contadina. La stessa azienda definisce il proprio percorso attraverso tre parole chiave: terra, tecnologia e ricerca.
Il Policalpo, in particolare, rappresenta l’incontro tra Barbera e Cabernet Sauvignon, mentre il Passum interpreta la Barbera d’Asti Superiore attraverso un processo di appassimento delle uve. La continuità di questo percorso è stata riconosciuta anche recentemente: nel 2026 due vini di Cascina Castlèt, il Passum Barbera d’Asti Superiore DOCG 2021 e il Policalpo Monferrato Rosso DOC 2022, hanno ricevuto la Medaglia d’Oro al Concours Mondial de Bruxelles.
Ma se il vino è cambiato, è cambiato anche il paesaggio. Le colline che negli anni Settanta conoscevano ancora l’abbandono e la marginalità sono diventate una delle grandi ricchezze del Piemonte. La viticoltura ha contribuito a trasformare il valore economico della terra e ha aperto la strada all’enoturismo, facendo delle cantine luoghi di incontro e narrazione.
È forse questo il risultato più significativo di una storia iniziata con cinque ettari: non soltanto aver costruito un’azienda, ma aver partecipato alla costruzione dell’identità contemporanea di un territorio.
Oggi, però, il settore si trova davanti a una nuova fase. I consumi sono cambiati, il potere d’acquisto è sotto pressione e il vino deve confrontarsi con una percezione sempre più complessa del consumo di alcol. Anche i mercati internazionali sono diventati più selettivi. Secondo l’analisi 2026 del settore citata da fonti economiche specializzate, il 2025 ha registrato un rallentamento delle vendite di vino italiano, con una contrazione complessiva e una flessione ancora più marcata dell’export. È uno scenario che rende ancora più importante la capacità delle aziende di distinguersi per identità, qualità e diversificazione.
Mariuccia Borio guarda a questa fase con la prospettiva di chi ha già attraversato numerosi cicli del mercato e diverse trasformazioni culturali.
«Di momenti difficili ce ne sono sempre stati. Quando ho cominciato era molto più difficile di oggi. Forse oggi le persone non sono più preparate ai momenti difficili, perché non sono più abituate al sacrificio», dice.
È una riflessione che va oltre il vino. Perché la storia di Cascina Castlèt racconta anche la capacità di una generazione di resistere quando le campagne sembravano non avere più futuro, di investire quando il vino italiano non aveva ancora la reputazione internazionale di oggi e di trasformare una piccola eredità familiare in un progetto imprenditoriale riconoscibile.
«Allora si andava via dalle campagne perché c’era miseria. Oggi abbiamo valorizzato i terreni. Abbiamo creato valore attraverso il vino e il vino ha aiutato queste zone a diventare un’eccellenza», sottolinea Borio.
A Costigliole d’Asti il vino è diventato così molto più di una produzione agricola. È paesaggio, economia, ospitalità, memoria. È la possibilità di restare dove un tempo si partiva, e di trasformare una collina in una destinazione.
Dopo 56 vendemmie, Mariuccia Borio continua a guardare avanti con la stessa concretezza con cui nel 1970 tornò da Torino per occuparsi dell’azienda di famiglia. La differenza è che quei cinque ettari appartengono ormai a una storia molto più grande: quella di un territorio che ha imparato a riconoscere nel vino non soltanto ciò che mette nel bicchiere, ma il valore della terra da cui nasce.
E in un momento in cui il mondo del vino è chiamato a ripensare consumi, mercati e linguaggi, la sua storia suggerisce una strada che non passa necessariamente dalla corsa alla novità: conoscere profondamente il proprio territorio, proteggerne la memoria e continuare a investirci.

