La vite entra in ospedale e cambia funzione. Non più soltanto coltura, paesaggio o simbolo della tradizione agricola piemontese, ma strumento attraverso cui costruire attività riabilitative all’aperto. È questa l’idea alla base di Rivìtere, la nuova vigna terapeutica inaugurata il 7 settembre nel parco dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria San Luigi Gonzaga di Orbassano, nel Torinese.
Il progetto viene presentato come la prima vigna terapeutica integrata in un ospedale pubblico italiano e nasce dalla collaborazione tra il San Luigi, Citiculture e l’Associazione San Luigi Gonzaga Onlus, con il sostegno di Reale Foundation, Fondazione CRT, Consulta di Torino e Clems Sinistri. L’obiettivo è affiancare alle attività cliniche tradizionali un ambiente naturale nel quale pazienti con disabilità neurologiche, patologie oncologiche e malattie croniche possano lavorare su movimento, coordinazione, manualità, equilibrio e autonomia.
Rivìtere si sviluppa su circa 900 metri quadrati e comprende 390 barbatelle appartenenti a due varietà PIWI, Sauvignon Rytos e Cabernet Volos, fornite dai Vivai Cooperativi Rauscedo. Si tratta di varietà selezionate per la loro resistenza alle principali malattie fungine della vite, una caratteristica che assume particolare interesse in uno spazio inserito all’interno di un contesto sanitario e destinato a essere frequentato quotidianamente. La Regione Piemonte include entrambe le varietà tra i vitigni PIWI presenti nel proprio quadro di osservazione.
La vigna non è stata concepita come un vigneto produttivo tradizionale. Il suo valore sta soprattutto nelle attività che può generare. Prendersi cura di una pianta, seguire i ritmi della stagione, compiere gesti manuali, camminare tra i filari o interagire con gli elementi naturali diventano occasioni per trasformare la riabilitazione in un’esperienza più vicina alla quotidianità.
La struttura è organizzata in sei aree di vigna hi-tech e in uno spazio sensoriale con piante aromatiche e vegetazione funzionale alle attività. Il disegno dello spazio tiene conto non soltanto dei pazienti, ma anche della presenza di familiari, caregiver e personale sanitario, con l’intento di favorire relazione e socialità oltre alla dimensione strettamente clinica.
Il progetto si inserisce in una strategia più ampia già avviata dal San Luigi. Nel maggio scorso l’ospedale aveva inaugurato il nuovo Giardino Riabilitativo, evoluzione della storica palestra a cielo aperto della struttura. Anche in quel caso l’idea era portare alcune attività terapeutiche fuori dagli ambienti convenzionali, utilizzando percorsi, superfici e aree verdi per lavorare su recupero motorio, equilibrio, coordinazione, autonomia e benessere psicologico.
Con Rivìtere questo approccio assume però una forma ancora più caratterizzata. La vigna introduce infatti la dimensione della stagionalità e del lavoro agricolo: la crescita della pianta, la necessità di prendersene cura e la successione delle attività nel corso dell’anno diventano parte integrante dell’ambiente nel quale si svolge la riabilitazione.
La tecnologia completa il progetto. Il vigneto è dotato di sensori IoT e sistemi di raccolta dati, sviluppati con la collaborazione della startup PlantZCare, con l’obiettivo di monitorare l’ambiente e costruire nel tempo elementi utili alla valutazione scientifica dell’esperienza. L’ambizione è quindi andare oltre il valore simbolico della natura come elemento di benessere e provare a raccogliere dati sull’utilizzo degli spazi verdi all’interno dei percorsi riabilitativi.
È un passaggio significativo anche dal punto di vista culturale. La natura, in questo modello, non viene considerata semplicemente uno sfondo piacevole per il paziente, ma un ambiente nel quale svolgere attività con obiettivi riabilitativi. La letteratura sul rapporto tra attività all’aperto, natura e percorsi di recupero viene richiamata dagli stessi promotori del progetto, che intendono verificare attraverso il monitoraggio e la raccolta di dati quale valore concreto possa avere questo tipo di impostazione.
La scelta delle varietà PIWI aggiunge inoltre un secondo livello al progetto, legato alla sostenibilità della viticoltura. Sauvignon Rytos e Cabernet Volos sono varietà resistenti ottenute attraverso programmi di miglioramento genetico e selezione finalizzati a contrastare le principali patologie fungine. Per un vigneto collocato in un ospedale, dove accessibilità e gestione dello spazio hanno un peso particolare, questa caratteristica contribuisce a definire un modello di viticoltura urbana diverso da quello di un impianto destinato alla sola produzione.
A rendere il progetto particolarmente interessante è proprio questa sovrapposizione di mondi apparentemente lontani: sanità, viticoltura, tecnologia e progettazione del paesaggio. Rivìtere prova a trasformare un elemento profondamente legato all’identità italiana, la vigna, in una infrastruttura dedicata alla persona.
Per il direttore generale del San Luigi, Davide Minniti, l’iniziativa prosegue la scelta dell’azienda di utilizzare gli spazi esterni come luoghi nei quali continuare concretamente il percorso di cura. La logica è quella di accompagnare gradualmente il paziente verso attività più vicine alla vita reale, lavorando non soltanto sul recupero fisico ma anche sulla possibilità di riconquistare autonomia e relazioni.
Anche Citiculture, realtà ideatrice del progetto, considera Rivìtere una nuova applicazione del proprio modello di viticoltura urbana. Dopo esperienze sviluppate in altri contesti, tra cui il progetto Campus Grapes al Politecnico di Torino, la vigna entra per la prima volta in un ambiente sanitario.
La vera prova, ora, sarà quella del tempo. La vigna dovrà crescere, attraversare le stagioni e diventare progressivamente parte delle attività dell’ospedale. Saranno proprio l’utilizzo quotidiano da parte dei pazienti e i dati raccolti attraverso il sistema digitale a permettere di capire quanto questo nuovo spazio possa incidere concretamente sui percorsi riabilitativi.
A Orbassano, intanto, 390 barbatelle hanno già trovato posto accanto a reparti, ambulatori e strutture sanitarie. È un’immagine inconsueta, ma anche il segno di una possibile evoluzione del concetto stesso di ospedale: un luogo nel quale la cura non si esaurisce necessariamente tra quattro mura e dove, accanto alla medicina, possono trovare spazio natura, movimento, relazioni e gesti quotidiani.
La vite, in questo caso, non viene coltivata per arrivare in cantina. Viene coltivata perché possa accompagnare qualcuno, passo dopo passo, verso una nuova forma di autonomia.

