L’agroalimentare italiano continua a correre sui mercati internazionali e nel 2025 raggiunge un nuovo massimo storico. Secondo il rapporto del CREA sul commercio con l’estero dei prodotti agroalimentari, presentato il 9 settembre, le esportazioni hanno superato i 72 miliardi di euro, segnando una crescita del 5,6% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma il peso crescente della filiera nell’economia italiana e la capacità del Made in Italy di mantenere una posizione competitiva anche in uno scenario internazionale segnato da tensioni geopolitiche, dazi e forte volatilità dei prezzi delle materie prime.
Il dato assume ancora più rilievo se osservato insieme a quello delle importazioni, arrivate a 72,45 miliardi di euro, con un incremento del 10,1%. La crescita degli acquisti dall’estero è stata influenzata anche dall’andamento delle quotazioni internazionali di alcune commodity, tra cui caffè e cacao. Il sistema agroalimentare rappresenta così una componente sempre più significativa del commercio italiano, con una quota dell’11,2% delle esportazioni nazionali e del 12,2% delle importazioni.
Il risultato del CREA trova conferma nel quadro più ampio restituito dalle statistiche ufficiali. Istat, considerando il proprio perimetro statistico per prodotti agricoli, alimentari, bevande e tabacco, rileva per il 2025 una crescita del 4,3% delle esportazioni di questi comparti. L’intero settore agroalimentare, inoltre, ha generato un valore aggiunto di 89 miliardi di euro, pari al 4,4% del valore aggiunto nazionale.
Al centro della performance resta il Made in Italy. Nel 2025 i prodotti identificati dal CREA come tipici dell’offerta italiana hanno raggiunto 52,2 miliardi di euro di esportazioni, pari al 72,5% dell’export agroalimentare complessivo. La crescita rispetto al 2024 è stata del 3,7%, a dimostrazione di quanto l’identità produttiva italiana continui a rappresentare un elemento distintivo sui mercati globali.
Tra i comparti più dinamici spiccano i prodotti dolciari a base di cacao, che hanno registrato un incremento del 21,4% in valore, il caffè torrefatto, cresciuto del 23,6%, i formaggi, con un +13,4%, la frutta fresca, in aumento del 14,6%, e i prodotti da forno, saliti del 6,5%. Una parte della crescita in valore di alcune categorie deve però essere letta alla luce dell’aumento dei costi delle materie prime: il valore dell’export non sempre corrisponde, quindi, a una crescita equivalente dei volumi.
Particolarmente significativa è la performance dei grandi formaggi italiani. Grana Padano e Parmigiano Reggiano hanno continuato a guadagnare terreno sui mercati esteri, confermando la forza delle produzioni a denominazione e il ruolo strategico della qualità certificata nella competizione internazionale. Al contrario, l’olio extravergine di oliva ha mostrato una dinamica più complessa: il valore delle esportazioni è diminuito del 17,2%, mentre i volumi sono cresciuti del 18,2%. Il dato riflette soprattutto la normalizzazione dei prezzi internazionali dopo i forti rialzi degli anni precedenti.
Il vino rappresenta uno dei casi più emblematici. Pur mantenendo una posizione centrale nell’export agroalimentare italiano, nel 2025 il comparto ha registrato una contrazione del 3,7% in valore. Le esportazioni si sono attestate intorno agli 8 miliardi di euro secondo il rapporto CREA, confermando il vino come una delle principali voci del Made in Italy alimentare, ma anche evidenziando un rallentamento rispetto alla lunga fase di crescita degli anni precedenti.
Anche i mercati di destinazione stanno cambiando. L’Unione europea resta di gran lunga il principale interlocutore commerciale dell’Italia: nel 2025 ha assorbito il 59,5% dell’export agroalimentare nazionale, mentre ha rappresentato quasi il 70% delle importazioni. Le vendite verso l’area comunitaria sono cresciute dell’8,1%, sostenute in particolare dalle performance registrate in Spagna, Paesi Bassi, Polonia e Romania.
Più delicata è invece la situazione negli Stati Uniti, mercato strategico per numerose produzioni italiane. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari italiane verso gli Usa sono scese del 4,2%, fermandosi a 7,55 miliardi di euro. Il rallentamento ha interessato in particolare olio extravergine, vini Dop, liquori, salse e condimenti. Hanno invece mostrato una dinamica positiva pasta, acque minerali, caffè torrefatto e prodotti della panetteria.
La frenata americana si inserisce in un contesto commerciale diventato più difficile, anche per effetto dell’aumento dei dazi nella seconda parte del 2025. Per l’agroalimentare italiano, la questione non riguarda soltanto un singolo mercato: la crescente instabilità degli scambi internazionali rende infatti sempre più importante diversificare le destinazioni e ridurre la dipendenza da pochi grandi partner.
Anche la geografia interna dell’export racconta un sistema fortemente concentrato nel Nord Italia. Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte rappresentano complessivamente oltre il 60% del valore degli scambi agroalimentari italiani. La crescita, tuttavia, non riguarda soltanto le regioni settentrionali: tra le performance più interessanti figurano Calabria e Sicilia, rispettivamente con incrementi del 10,2% e del 12,8%.
Lo scenario dei primi mesi del 2026 suggerisce infine una fase di assestamento. Nei primi cinque mesi dell’anno, l’export agroalimentare italiano ha registrato una flessione contenuta dello 0,4% rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre le importazioni sono diminuite del 4,3%. Alcune filiere continuano a mostrare una buona capacità di crescita, in particolare caffè torrefatto, Grana Padano e Parmigiano Reggiano, mentre rimangono sotto pressione l’olio di oliva e alcune categorie vinicole.
Il record del 2025 racconta dunque una doppia realtà. Da una parte, l’agroalimentare italiano si conferma una delle grandi locomotive dell’economia nazionale, capace di conquistare valore e visibilità sui mercati globali. Dall’altra, l’aumento più rapido delle importazioni, le tensioni commerciali e la frenata di alcuni prodotti simbolo mostrano quanto la crescita futura dipenderà dalla capacità di innovare, diversificare i mercati e difendere il valore delle produzioni italiane.
Il Made in Italy alimentare resta forte, ma la sfida dei prossimi anni non sarà soltanto esportare di più. Sarà riuscire a trasformare il successo sui mercati esteri in una crescita stabile e sostenibile per tutta la filiera, dall’agricoltura all’industria, fino ai territori che fanno dell’identità produttiva italiana uno dei suoi principali vantaggi competitivi.

