Il rito della tavola italiana si avvicina a un traguardo storico: l’cucina italiana, nella sua interezza e complessità culturale, ha superato con successo una tappa decisiva verso l’iscrizione nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco. Il dossier titolato “La cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale” ha infatti ricevuto il via-libera tecnico dell’organismo internazionale.
Il percorso era stato avviato formalmente nel marzo 2023, quando i ministeri competenti – quello della Cultura e quello dell’Agricoltura – hanno presentato la candidatura. Ora, la decisione finale sarà presa a dicembre, durante la sessione del Comitato Intergovernativo dell’Unesco, che si terrà a New Delhi dall’8 al 13 dicembre.
Una candidatura dal forte valore simbolico
Al centro del dossier vi è la constatazione che la cucina italiana non è soltanto un insieme di ricette o di sapori, ma un sistema di pratiche sociali, culturali e identitarie: gesti, rituali, convivialità, trasmissione di saperi tra generazioni, uso creativo di materie prime locali, e un’artigianalità che unisce territori e comunità. Come afferma uno degli storici coinvolti nel progetto: nel caso dell’Italia «la cucina si definisce anche per ciò che non è: non è monolitica, non è rigidamente codificata, ma si fonda su libertà, inclusione, condivisione».
Il dossier sottolinea altresì il forte legame con la sostenibilità – uso stagionale degli ingredienti, valorizzazione delle materie “povere”, attenzione agli sprechi – e il tema della diversità bioculturale, cioè la ricchezza delle molteplici tradizioni regionali, migrazioni, contaminazioni storiche che hanno contribuito a plasmare la “tavola italiana”.
Sempre dal dossier emerge che la cucina italiana “vale” a livello internazionale – nel suo complesso – circa 251 miliardi di euro, pari al 19 % del mercato globale della ristorazione con servizio al tavolo (“Full Service Restaurant”). Un dato che rappresenta più di un semplice valore economico: è l’indice della presenza globale di quest’identità gastronomica, amata e diffusa nel mondo.
Il professor Pier Luigi Petrillo, curatore del dossier, ha invitato alla prudenza: “Il sì tecnico pubblicato oggi ci dice che il dossier è ben fatto e coerente con gli obiettivi dell’Unesco – ma occorre tenere conto che questo primo via libera non deve creare illusioni, perché il Comitato ha la possibilità di rivedere completamente la decisione”.
Il Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha espresso entusiasmo: «È bellissimo vedere l’interesse con cui viene seguito il percorso di riconoscimento della cucina italiana» – aggiungendo però che resta ancora “qualche passo” da compiere prima di tagliare il traguardo.
Nonostante il passaggio formale sia stato superato, la strada verso la definitiva iscrizione rimane irta di criticità. Il Comitato Unesco può ancora decidere di rimandare o respingere la candidatura. Inoltre, vi è un dibattito internazionale e accademico sull’opportunità di iscrivere “una cucina nazionale nel suo complesso” come patrimonio immateriale: alcuni studiosi ravvisano rischi di “nazionalizzazione” della cultura gastronomica o di riduzione dei molteplici contributi locali.
Sul versante dell’Italia, il riconoscimento rappresenterebbe non solo un simbolo identitario, ma anche un forte driver di promozione del territorio, dell’agroalimentare e del turismo enogastronomico. Il riconoscimento segnerebbe la prima volta – se approvato – che una cucina nazionale intera viene iscritta nella Lista dell’Unesco, non solo un singolo piatto o prassi culinaria.
La candidatura della cucina italiana come bene immateriale dell’umanità è oggi più vicina che mai — eppure ancora non certa. Il cammino è stato lungo, complesso, e vede l’Italia impegnata in ogni ambito — culturale, economico, sociale — perché sia riconosciuta come pratica viva, radicata e condivisa. Se a dicembre il Comitato darà il suo ultimo via libera, sarà un passo epocale: la cucina che racconta il paese, le sue terre, le sue genti, le stagioni e i piaceri, diventerà ufficialmente patrimonio dell’umanità.
Resta da vedere come questo riconoscimento cambierà, in concreto, il valore – simbolico e reale – della cucina italiana: se accenderà nuovi progetti, nuove vie di promozione, nuove responsabilità verso la sostenibilità e la diversità. Nell’attesa, la tavola resta il cuore di una cultura che si fa globale ma non dimentica le proprie radici.

