Nel primo trimestre 2026 il vino italiano continua a soffrire fuori dall’Europa. Secondo Uiv migliorano alcuni indicatori, ma resta il nodo della contrazione dei consumi negli Stati Uniti e nei principali mercati internazionali.
Il vino italiano guarda al 2026 con prudenza. Dopo un 2025 complesso, segnato da dazi, rallentamento dei consumi e tensioni commerciali internazionali, anche il primo trimestre del nuovo anno conferma un quadro delicato soprattutto sui mercati extra-Ue, tradizionalmente strategici per l’export del comparto.
A evidenziarlo sono le elaborazioni dell’Osservatorio di Unione Italiana Vini (Uiv), che negli ultimi mesi ha più volte richiamato l’attenzione sulla differenza tra andamento delle spedizioni e consumi reali. Se da una parte alcuni mercati mostrano segnali di stabilizzazione, dall’altra resta evidente il rallentamento della domanda globale, in particolare negli Stati Uniti.
Secondo le analisi diffuse da Uiv, già nel corso del 2025 l’export verso i Paesi extra-Ue aveva registrato una forte contrazione nei volumi, con un calo vicino al 9% nel primo trimestre, mentre il valore aveva sostanzialmente tenuto grazie al posizionamento premium di molte etichette italiane.
Il mercato americano continua a rappresentare il principale osservato speciale. Negli ultimi mesi le spedizioni verso gli Usa erano state sostenute dalla corsa alle scorte prima dell’entrata in vigore di nuovi dazi e misure commerciali, ma il fenomeno ha prodotto una distorsione temporanea della domanda. Secondo Uiv, i consumi finali restano infatti deboli o stagnanti, con un progressivo riallineamento tra export e reale capacità di assorbimento del mercato.
Il presidente di Uiv, Lamberto Frescobaldi, ha sottolineato come negli ultimi trimestri il settore abbia vissuto “un apparente paradosso”, con esportazioni ancora positive in alcuni segmenti ma consumi effettivi in rallentamento. Una dinamica che rischia di creare una percezione alterata della solidità del mercato internazionale del vino italiano.
Anche i dati relativi al 2025 avevano mostrato un indebolimento progressivo dell’export italiano. Secondo le elaborazioni Uiv su base Istat, il vino italiano aveva chiuso l’anno con esportazioni pari a 7,78 miliardi di euro, in calo del 3,7% rispetto al 2024, mentre l’area extra-Ue aveva registrato una flessione del 6,4%. Gli Stati Uniti, primo mercato di riferimento, avevano segnato un -9,2% a valore.
Nel frattempo il settore prova a diversificare le destinazioni commerciali. Nuovi mercati emergenti stanno acquisendo maggiore rilevanza nelle strategie dei produttori italiani, soprattutto in Asia, America Latina ed Europa orientale. Secondo un recente report Wine Monitor-Nomisma, nel 2025 l’export verso 13 mercati emergenti ha superato i 400 milioni di euro, con una crescita del 4,3% rispetto all’anno precedente.
Il quadro generale resta però condizionato da diversi fattori: inflazione, riduzione del potere d’acquisto, cambiamento delle abitudini di consumo e crescente attenzione verso prodotti low alcohol o alternative beverage. In questo contesto, il vino italiano punta sempre più su qualità, identità territoriale e rafforzamento del posizionamento premium per mantenere competitività internazionale.
Per il comparto vitivinicolo italiano, il 2026 sarà quindi un anno decisivo per capire se il rallentamento globale rappresenti una fase congiunturale o l’inizio di una trasformazione strutturale dei consumi mondiali.

