C’è un’Italia che si scopre a tavola, ma soprattutto fuori dalla tavola. È quella delle cantine di famiglia, dei birrifici agricoli, dei frantoi, dei caseifici e delle aziende che aprono le porte ai visitatori trasformando una degustazione in un’esperienza. Nell’estate 2026, secondo un’indagine Coldiretti/Ixè, sono 25 milioni gli italiani che scelgono almeno una forma di turismo legata al cibo, dalle visite alle aziende ai corsi di cucina, fino alle attività all’aria aperta.
Il dato racconta un cambiamento più profondo rispetto alla semplice ricerca di prodotti tipici. Il viaggio gastronomico non coincide più soltanto con la possibilità di assaggiare una specialità locale: sempre più spesso significa conoscere chi la produce, osservare i processi, entrare nel paesaggio e costruire un rapporto diretto con il territorio.
È una tendenza che si inserisce in una crescita più ampia del turismo enogastronomico italiano. Italia.it evidenzia come il cibo e il vino siano diventati elementi sempre più importanti nella scelta delle destinazioni, grazie alla domanda di autenticità e di esperienze capaci di mettere in relazione cultura, paesaggio e identità locale.
Nel panorama delle esperienze gastronomiche, l’enoturismo mantiene una posizione centrale. Le cantine rappresentano uno dei luoghi privilegiati per entrare in contatto con la cultura produttiva italiana e, secondo Coldiretti, tra le esperienze più richieste figurano le visite alle aziende a conduzione familiare e l’acquisto diretto dal produttore.
Ma il modello sta cambiando. Attorno al vino si sviluppano attività che intrecciano gastronomia, arte, sport e benessere: dalle esperienze immersive alle attività di yoga e pilates tra i vigneti, fino alla pittura e alle iniziative serali dedicate all’osservazione delle stelle.
La cantina, dunque, non è più soltanto il luogo in cui si assaggia un vino. Diventa una destinazione capace di costruire un racconto completo, nel quale il calice è parte di un’esperienza più ampia.
A crescere è anche il birraturismo, che porta la cultura della birra fuori dai tradizionali luoghi del consumo. Già nell’estate 2025, secondo Coldiretti/Ixè, circa 6 milioni di italiani avevano partecipato ad attività legate al turismo della birra, tra degustazioni, visite ai birrifici ed eventi esperienziali.
Il fenomeno si lega in particolare alla birra agricola e artigianale, dove il prodotto diventa il punto di partenza per raccontare una filiera. Visitare un birrificio può significare conoscere l’orzo, scoprire il luppolo, assistere alle fasi produttive e degustare la birra insieme alle specialità gastronomiche del territorio.
La logica è la stessa che sta trasformando l’enoturismo: non si compra soltanto un prodotto, si acquista una storia.
Anche i numeri del comparto confermano il peso raggiunto dalla birra nell’economia italiana del fuori casa. A giugno 2026 Assobirra ha indicato consumi nazionali superiori a 21 milioni di ettolitri e un ecosistema che sostiene oltre 112mila posti di lavoro lungo la filiera, con un valore condiviso superiore ai 10 miliardi di euro.
Il fenomeno non riguarda però soltanto vino e birra. Accanto all’enoturismo e al birraturismo si stanno affermando oleoturismo e turismo caseario, insieme a una molteplicità di percorsi costruiti intorno alle produzioni agricole locali.
Il frantoio può diventare così una tappa di viaggio, così come un caseificio o una piccola azienda agricola. Il valore dell’esperienza risiede nella possibilità di vedere ciò che normalmente rimane dietro le quinte: la materia prima, il lavoro, le tecniche produttive e il rapporto con il territorio.
È anche una risposta alla crescente ricerca di autenticità. Il consumatore contemporaneo vuole sapere non soltanto che cosa sta acquistando, ma da dove arriva, chi lo produce e quale paesaggio rappresenta.
La forza del turismo del cibo italiano sta proprio nella sua capacità di unire elementi differenti. Un vino non racconta soltanto un vitigno; una birra agricola non racconta soltanto il suo stile; un olio non è semplicemente il risultato di una spremitura.
Dietro ogni prodotto ci sono paesaggi, stagioni, persone, tradizioni e competenze. Ed è questa dimensione culturale a rendere l’esperienza gastronomica particolarmente interessante anche dal punto di vista turistico.
La crescita del turismo di prossimità rafforza ulteriormente questa dinamica. Coldiretti ha stimato per l’estate 2026 36 milioni di italiani in vacanza, con una preferenza significativa per le destinazioni nazionali. In questo scenario, campagna, borghi e territori rurali possono diventare parte integrante di un modo diverso di viaggiare.
Il risultato è una nuova geografia del lusso esperienziale: non necessariamente esclusiva per prezzo, ma preziosa per accesso, autenticità e relazione. Una visita privata in cantina, una degustazione direttamente dal produttore, una passeggiata tra i vigneti o la scoperta di un luppoleto possono offrire qualcosa che il turismo standardizzato difficilmente riesce a replicare.
L’Italia, in questo senso, possiede un patrimonio difficilmente imitabile. Il cibo diventa una chiave per entrare nei territori, mentre i territori diventano il modo più efficace per comprendere davvero ciò che si porta nel bicchiere o nel piatto.
E così l’estate 2026 consegna un’immagine sempre più definita del viaggiatore italiano: meno interessato a essere soltanto spettatore e sempre più desideroso di partecipare, conoscere e assaggiare. Il viaggio comincia ancora dalla destinazione, ma sempre più spesso finisce con una storia da raccontare a tavola.

