Il mercato dell’olio extravergine di oliva italiano attraversa una fase delicata. Le giacenze sono tornate a crescere, la produzione nazionale ha recuperato terreno dopo le annate difficili e, contemporaneamente, il mercato internazionale è entrato in una fase di maggiore disponibilità di prodotto e di prezzi più bassi. Una dinamica che mette sotto pressione soprattutto le aziende di dimensioni ridotte, meno attrezzate per competere sul terreno dei grandi volumi.
Il quadro emerso dal Tavolo olivicolo del Ministero dell’Agricoltura, Alimentazione e Foreste, sulla base delle elaborazioni ISMEA, fotografa un comparto profondamente cambiato rispetto agli anni dei prezzi record. Nel 2025 la produzione italiana è stimata intorno alle 325 mila tonnellate, con una crescita del 31% rispetto alle 248 mila tonnellate del 2024. Il recupero è stato trainato soprattutto dal Mezzogiorno, mentre Centro e Nord hanno registrato una contrazione significativa.
A questa maggiore disponibilità si aggiunge il ritorno di una produzione mondiale più vicina alla normalità. Secondo i dati presentati da ISMEA, nel 2025 la produzione mondiale di olio di oliva è stata stimata in circa 3,48 milioni di tonnellate. La Spagna, principale protagonista internazionale, ha raggiunto circa 1,42 milioni di tonnellate, mentre l’Italia si è attestata al terzo posto con circa 248 mila tonnellate nelle stime riportate dalla Commissione europea per il 2025.
È proprio questa dimensione internazionale a spiegare perché il mercato italiano non possa determinare autonomamente il prezzo dell’olio. L’Italia rimane uno dei principali operatori mondiali, ma deve confrontarsi con una concorrenza mediterranea capace di incidere sulla disponibilità complessiva e quindi sulle quotazioni. Il ritorno della Spagna a livelli produttivi elevati ha avuto un ruolo particolarmente importante nel riequilibrio dell’offerta.
Il dato sulle giacenze è altrettanto significativo. A fine aprile 2026 gli stock italiani risultavano pari a circa 262,9 milioni di chilogrammi, contro i 184,3 milioni dello stesso periodo della campagna precedente. Di questo quantitativo, circa il 90% era costituito da olio extravergine di oliva, pari a circa 224 mila tonnellate.
Non si tratta, però, esclusivamente di prodotto italiano. La composizione delle giacenze di EVO evidenzia una presenza importante di olio proveniente dall’estero: il 61% risultava italiano, il 28% proveniente dall’Unione europea, il 7% da Paesi extra Ue e il restante 4% costituito da blend. È un elemento fondamentale per comprendere la pressione competitiva che grava sul prodotto nazionale.
Anche i flussi commerciali raccontano un mercato diventato più competitivo. Nel 2025 le esportazioni italiane di olio hanno raggiunto circa 392 mila tonnellate, con un incremento del 15% rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo le importazioni sono cresciute del 49%, arrivando a circa 655 mila tonnellate.
Il paradosso è evidente: l’Italia continua a esportare grandi quantità di olio, ma allo stesso tempo importa volumi ancora maggiori. È una caratteristica strutturale di una filiera nella quale il prodotto italiano convive con materie prime e oli provenienti da altri Paesi, destinati anche alle esigenze dell’industria e dei mercati internazionali.
Sul fronte dei prezzi, la distanza rispetto alla fase dei record è netta. Dopo le impennate del 2022 e del 2023, le quotazioni degli altri grandi Paesi produttori sono progressivamente diminuite. Nella primavera del 2026 ISMEA indicava valori medi alla produzione dell’EVO intorno ai 4,28 euro al chilogrammo in Spagna, 4,98 in Grecia e 3,70 in Tunisia, mentre in Italia il livello si manteneva intorno ai 7 euro al chilogrammo.
La maggiore quotazione italiana non è necessariamente un problema: può rappresentare il valore di una filiera fondata su varietà, territori, denominazioni e caratteristiche organolettiche distintive. Il rischio nasce quando quel valore non viene adeguatamente riconosciuto dal mercato e il consumatore finisce per confrontare esclusivamente il prezzo.
È qui che si apre la partita più complessa per le piccole aziende. Competere sul terreno dei costi con grandi operatori internazionali è spesso impossibile. La strada alternativa consiste quindi nel trasformare ciò che rende diverso l’olio italiano in un elemento concreto di posizionamento commerciale: cultivar autoctone, origine certificata, tracciabilità, raccolta, tecniche di estrazione, sostenibilità e rapporto diretto con il territorio.
ISMEA sottolinea proprio il potenziale della biodiversità varietale italiana e della crescente attenzione dei consumatori verso sicurezza, certificazione, italianità e territorialità. Le Indicazioni geografiche possono diventare uno degli strumenti per rafforzare questo posizionamento, così come la vendita diretta e l’oleoturismo possono contribuire a diversificare le fonti di reddito delle aziende.
Il tema non riguarda soltanto i produttori. L’intera filiera deve confrontarsi con una trasformazione dei consumi. Dopo anni di prezzi eccezionalmente elevati, la fase di normalizzazione può favorire un riavvicinamento dei consumatori all’olio extravergine, ma aumenta anche la necessità di spiegare perché un EVO italiano di qualità non possa essere valutato secondo gli stessi parametri di un prodotto standardizzato.
Secondo ISMEA, nel 2024 l’export italiano di olio di oliva aveva già raggiunto 344 mila tonnellate per un valore superiore a 3,09 miliardi di euro, mentre il comparto aveva sviluppato un fatturato complessivo di circa 5,8 miliardi. L’Italia si confermava inoltre secondo esportatore mondiale, con una quota del 20%.
I numeri dimostrano quindi che non siamo davanti a un settore privo di mercato. Al contrario, l’olio italiano possiede una forte capacità internazionale. Il problema è riuscire a trasformare questa forza in maggiore redditività per la parte più fragile della filiera, soprattutto quando l’offerta mondiale torna abbondante e il prezzo medio scende.
Il messaggio che arriva dal mercato è dunque chiaro: l’Italia non può decidere da sola quanto vale l’olio sul mercato internazionale, ma può decidere come raccontare e vendere il proprio. La competizione sui volumi resterà dominata dai grandi produttori mediterranei; quella sul valore può invece aprire spazio alle piccole realtà.
Per i produttori indipendenti la sfida dei prossimi mesi sarà quindi meno legata alla quantità e sempre più alla capacità di costruire riconoscibilità. Un olio legato a una cultivar, a un paesaggio e a una storia aziendale può diventare qualcosa di diverso da una semplice commodity. E proprio questa differenza, in una fase di abbondanza e prezzi più bassi, potrebbe rappresentare la principale strategia per difendere il valore dell’EVO italiano.
Le giacenze record, in questo senso, non sono soltanto un campanello d’allarme. Sono anche il segnale che il mercato sta cambiando di nuovo. Dopo la scarsità che aveva spinto i prezzi verso livelli eccezionali, oggi torna centrale la capacità di distinguersi. Per l’olio italiano, e soprattutto per le sue piccole aziende, la prossima partita si giocherà molto meno sul prezzo e molto più sull’identità.

