Negli ultimi mesi è scattato un nuovo allarme legato alle olive e alla produzione di olio d’oliva in Italia, un simbolo economico e culturale che rischia di vedere ridimensionata la propria importanza sul mercato internazionale e nei campi nazionali. Secondo i dati più recenti, la Superficie Agricola Utilizzata (SAU) dedicata agli olivi ha segnato nel decennio 2014‑2024 un calo complessivo del 7,1%, con regioni chiave come Calabria e Puglia che confermano trend negativi nella coltivazione.
La conseguenza principale di questa contrazione è che l’Italia ha praticamente dimezzato la propria quota nella produzione mondiale di olio d’oliva: oggi pesa per circa il 6,3% del totale globale, meno della metà rispetto all’ultimo ciclo produttivo precedente.
Più fattori si intrecciano in questo momento delicato per l’olivicoltura italiana.
La diminuzione degli oliveti è una delle cause strutturali principali: terreni abbandonati o convertiti ad altre colture, difficoltà di gestione e redditività incerta per gli agricoltori hanno eroso oliveti storici.
Mentre la produzione italiana rallenta, Paesi come Spagna, Turchia e Grecia registrano incrementi robusti. La Spagna, in particolare, resta il leader mondiale con oltre un terzo della produzione totale.
Secondo Coldiretti, nel 2025 il mercato italiano è stato invaso da oltre 500 milioni di chili di olio d’oliva straniero, con un aumento di circa il 40% dell’olio proveniente dalla Tunisia. Questo fenomeno ha contribuito a deprimere i prezzi dell’olio extra vergine italiano, penalizzando soprattutto i piccoli produttori.
Oltre alle dinamiche economiche, minacce fitosanitarie e climatiche pesano sulle coltivazioni:
- La Xylella fastidiosa, un batterio che provoca la Olive Quick Decline Syndrome, continua a essere un pericolo serio per gli uliveti nel Sud Italia. Questa malattia genera disseccamento rapido delle piante, con effetti anche devastanti a lungo termine.
- Fattori climatici come siccità, ondate di calore e condizioni meteorologiche estreme aggravano lo stress delle piante e riducono le rese produttive, un problema segnalato anche da produttori in altre aree del bacino mediterraneo.
La combinazione di riduzione dell’offerta e maggiore presenza di prodotto importato si riflette anche sui consumatori: l’olio extra vergine d’oliva italiano tende a mantenere prezzi più alti rispetto a quello estero, mentre nei supermercati si osserva una maggiore presenza di bottiglie con origini diverse.
Coldiretti e altre associazioni agricole richiedono più controlli alle frontiere, regole più stringenti sull’etichettatura dell’origine, e maggiori strumenti di tutela per il “Made in Italy”.
Se da un lato la crisi è reale e richiede risposte concrete, dall’altro emergono segnali di resilienza: l’aumento della domanda globale di oli di qualità e l’interesse dei consumatori per prodotti con origine certificata potrebbero costituire un’opportunità per il rilancio di produzioni nazionali, se accompagnate da politiche agricole adeguate e innovazioni tecniche nelle coltivazioni.
La sfida per l’olivicoltura italiana è dunque duplice: salvaguardare gli uliveti storici e garantire competitività sul mercato globale, mantenendo la qualità che ha reso l’olio italiano un’eccellenza riconosciuta nel mondo.

