In apertura della campagna 2025/26, l’olivicoltura italiana così come si appresta al prossimo ciclo mostra segnali incoraggianti. Le stime presentate da Confagricoltura e Unapol, basate su dati Ismea, collocano la produzione nazionale attorno alle 300.000 tonnellate, con un incremento tendenziale del +21 % rispetto al 2024.
Tuttavia, dietro il dato complessivo si celano chiaroscuri non trascurabili: una ripresa trainata dal Sud, mentre al Centro e al Nord si registrano contrazioni produttive. A fronte di un contesto internazionale incerto e di spinte inflazionistiche nel comparto, la filiera italiana si trova a dover affrontare nodi strutturali urgenti — dalla fuga dei giovani agricoltori alla trasparenza contro le frodi.
Un’impennata molto “geografica”
Se da un lato il Sud Italia domina la ripresa — con regioni come Puglia, Calabria e Sicilia che si candidano a crescite del 30-40 % rispetto all’anno scorso — dall’altro il dato aggregato nasconde divari territoriali rilevanti (calo al Nord, zone in bilico al Centro).
Gli specialisti segnalano che la raccolta e le rese sono migliorate rispetto all’avvio della stagione precedente, con aumenti nelle percentuali di olio prodotto dalle olive frante nei primi mesi (fino a +4-5 punti percentuali in alcune aree).
Nel contesto globale, la Spagna rimane saldamente in testa (con stime ben superiori di produzione) e l’Italia, con le sue previsioni, punta a recuperare la seconda posizione mondiale per produzione oleicola.
Nonostante il quadro quantitativo faccia ben sperare, il settore resta esposto a rischi strutturali importanti:
- Anagrafica agricola e ricambio generazionale: l’età media degli olivicoltori in Italia supera i 53 anni, e il peso del ricambio è sentito come una priorità urgente dalla base produttiva.
- Squilibri territoriali persistenti: la concentrazione della nuova produzione in alcune aree accentua il problema di spopolamento e abbandono in zone marginali.
- Necessità di un’azione normativa più forte: le associazioni di categoria chiedono misure come tracciabilità europea obbligatoria, applicazione integrata del SIAN e importazioni controllate durante la raccolta nazionale.
- Controlli e trasparenza: casi come la cosiddetta “speculazione Borges” — secondo cui olio tunisino sarebbe stato spacciato per spagnolo — alimentano la richiesta di meccanismi più rapidi e stringenti lungo tutta la filiera.
Il miglioramento stimato della produzione rappresenta un’opportunità — se ben governata — per rafforzare la reputazione dell’olio extravergine italiano sui mercati mondiali. In particolare:
- Le eccellenze varietali (oltre 500 cultivar autoctone) e i disciplinari DOP/IGP continuano a essere un forte valore distintivo.
- La valorizzazione qualitativa, anche attraverso politiche commerciali e comunicative mirate, potrà giustificare il differenziale di prezzo che l’olio italiano mantiene — spesso quasi doppio rispetto a quello spagnolo o greco.
- Promuovere formazione e innovazione nei territori, con progetti pilota nelle scuole e negli istituti agrari, è un passo cruciale per dare prospettiva al settore.
In definitiva, l’annata 2025 si annuncia come un banco di prova per l’olio italiano: la ripresa non è scontata, e il successo dipenderà da quanto efficacemente la filiera saprà trasformare i progressi quantitativi in avanzamenti strutturali e reputazionali.

