Nel dibattito sempre più attuale sul vino dealcolato, l’ultima provocazione arriva da Hofstätter: secondo la storica cantina altoatesina — con la voce del produttore Martin Foradori Hofstätter — sarebbe opportuno prevedere in etichetta una menzione geografica che accompagni la dicitura “dealcolato”. Un’idea che, se accolta, potrebbe ridefinire il rapporto dei consumatori con i vini “no-alcolico” e mettere ordine in un mercato in rapida evoluzione.
Un mercato in crescita — ma confuso
- Con il decreto firmato a fine 2024 dal Ministero dell’Agricoltura, in Italia è diventato legale produrre vini dealcolati domestici.
- Il segmento dei vini a bassa o nulla gradazione alcolica (fermi o spumanti) sta raccogliendo crescente interesse: stili di consumo più consapevoli, normative sulla guida, stili di vita salutisti e riduzione del consumo tradizionale fanno da volano.
- Alcuni produttori storici, primo tra tutti Hofstätter, non si sono limitati a “trasformare” vini tradizionali: l’azienda ha da tempo una linea dedicata (“Zero”) che propone Riesling e spumanti dealcolati — ottenuti tramite processi a bassa temperatura e sotto vuoto, che preservano aromi, acidità e mineralità.
Tuttavia, non mancano le ombre: molti vini “senza alcol” sul mercato non derivano da un vero vino di base, ma sono più simili a bevande a base di mosto o vini aromatizzati — e ciò rischia di generare confusione, soprattutto per consumatori attenti alla qualità.
Secondo Hofstätter, la menzione geografica in etichetta non sarebbe un vezzo, ma un elemento di chiarezza fondamentale. Le sue argomentazioni:
- L’origine geografica — ossia la regione o il vigneto — è parte integrante del valore di un vino: anche quando si tratta di versione dealcolata, quel terroir rimane.
- Distinguere i veri vini dealcolati da “bevande a base di mosto arricchito” serve a proteggere sia il prodotto sia il consumatore.
- Il vino dealcolato, secondo Hofstätter, “nasce dal vino”: non c’è alcun motivo valido per non considerarlo come tale, purché la dicitura “dealcolato” sia chiara e, idealmente, accompagnata da riferimenti territoriali.
In sostanza: se il vino alcol-free è realizzato a partire da uve di una zona riconoscibile, quel legame al territorio va certificato, anche per rispetto delle tradizioni enologiche.
Le incognite del quadro normativo — e le critiche
Nonostante il decreto che autorizza la dealcolazione in Italia, il quadro regolamentare resta per molti versi ancora “in divenire”.
- Alcune categorie protette (ad esempio vini a Denominazione di Origine/Indicazione Geografica – DOP/IGP) sono escluse dalla dealcolazione.
- Questo limita l’applicabilità della proposta di menzione geografica nel caso di vini “di qualità superiore”, creando zone grigie riguardo la titolazione, l’etichettatura e la filiera.
- C’è chi teme che un “vino senza alcol” con menzione geografica possa trarre in inganno — facendo pensare a un prodotto equivalente a un vino tradizionale, laddove aromi, processo, e persino percezione sensoriale sono notevolmente diversi.
In più, resta il nodo culturale: il passaggio da “vino con alcol” a “bevanda dealcolata” non è solo tecnico, ma simbolico — per molti appassionati una trasformazione difficile da accettare.
Se la proposta di Hofstätter fosse accolta, potrebbe nascere un modello più trasparente e coerente per il vino dealcolato in Italia:
- Etichette più chiare, dove “dealcolato” appare accanto a una menzione geografica autentica — un po’ come succede oggi per i vini tradizionali DOP/IGP.
- Una chiara distinzione tra “vino dealcolato” e “bevanda a base di mosto/aromi”, utile per tutelare il consumatore ma anche per valorizzare chi produce vini dealcolati seriamente.
- Una nuova opportunità per il settore enologico italiano: in un momento di stagnazione dei consumi, i vini low-alcohol/no-alcohol possono rappresentare un’ancora di crescita, anche per un pubblico attento a salute, guida o stili di vita più sobri.
Tutto questo, ovviamente, se le istituzioni — a livello nazionale e comunitario — accompagneranno con regolamentazioni coerenti, trasparenti e rispettose del valore territoriale dei vini.
La proposta di Hofstätter può apparire audace — e provocatoria per alcuni puristi — ma evidenzia una verità semplice: con la dealcolazione del vino, non sparisce il legame con il territorio né la necessità di trasparenza verso chi compra. Se si vuole dare dignità e tutela a un nuovo segmento enologico, una menzione geografica ha senso. Evita confusione, valorizza le origini, e potrebbe dare nuova linfa al “vino italiano” in chiave contemporanea.

