L’olio extravergine d’oliva italiano ritrova slancio. Dopo stagioni complesse, segnate da clima instabile e costi crescenti, la campagna olearia in corso registra una crescita produttiva intorno al 20%, riportando l’Italia su livelli più in linea con il proprio potenziale agricolo e identitario.
Un risultato che non nasce per caso e che racconta, ancora una volta, un Paese a due velocità, dove il Sud consolida il proprio ruolo di motore dell’olivicoltura nazionale, mentre il Centro-Nord mantiene una produzione più frammentata e legata a nicchie di alta qualità.
Il Sud al centro della mappa dell’olio
La fotografia produttiva parla chiaro: quasi nove bottiglie di olio italiano su dieci nascono nel Mezzogiorno. La Puglia resta il cuore pulsante del settore, con volumi che da soli coprono circa la metà della produzione nazionale. Sicilia e Calabria completano il podio, confermandosi territori chiave non solo per quantità, ma anche per varietà e identità sensoriale.
Un assetto che riflette fattori strutturali – estensione degli oliveti, clima più stabile, maggiore continuità produttiva – ma anche una crescente capacità organizzativa delle filiere meridionali, sempre più orientate alla modernizzazione dei frantoi e alla valorizzazione del prodotto.
Qualità, territorio e nuove sfide
Se i volumi crescono, il mercato resta complesso. L’olio extravergine 100% italiano continua a posizionarsi su fasce di prezzo elevate, coerenti con costi di produzione più alti rispetto ai competitor europei. Questo ha un impatto diretto sui consumi interni, dove una parte dei consumatori si orienta verso oli comunitari o miscele, più accessibili sul piano economico.
Allo stesso tempo, l’olio italiano rafforza la propria reputazione internazionale, soprattutto nei mercati premium, dove origine, tracciabilità e storytelling territoriale restano leve decisive. DOP, IGP e produzioni monovarietali diventano sempre più centrali in una strategia che guarda meno ai grandi volumi e più al valore.
Un settore che guarda avanti
La crescita produttiva rappresenta un segnale positivo, ma non risolve tutte le criticità. Il comparto olivicolo italiano resta esposto alle variabili climatiche, alla pressione dei costi e alla necessità di un ricambio generazionale. Tuttavia, la direzione è tracciata: investire in qualità, innovazione e identità.
In un contesto globale segnato da flessioni produttive in altri Paesi mediterranei, l’Italia ha oggi l’opportunità di rafforzare il proprio ruolo, puntando su ciò che la distingue da sempre: territori, cultura e un olio che è molto più di un semplice ingrediente.

