In Italia, patria di vitigni e tradizioni millenarie, il vino al ristorante sta diventando sempre meno accessibile per molti. Secondo un’analisi sull’aumento dei prezzi nel settore horeca, i ricarichi applicati dai ristoratori sulle bottiglie e sul vino al bicchiere hanno raggiunto livelli che rasentano il paradosso. In molti casi si parla di percentuali folli sulla bottiglia e sul calice, rendendo l’esperienza di bere un semplice bicchiere un investimento ben oltre le aspettative dei consumatori.
Dietro a questi numeri non c’è un segreto unico: il costo di acquisto delle bottiglie per il ristoratore è solo la prima tappa di un complesso meccanismo che include affitti elevati, personale, manutenzione della cantina, stampa delle wine list e servizi legati al servizio del vino stesso. Questi elementi, soprattutto nei locali di fascia alta o in città con costi di gestione elevati, spiegano in parte il perché di certi listini.
Ma c’è anche un’altra dinamica in atto: il valore simbolico del vino, sempre più percepito non come alimento agricolo ma come marker di status e oggetto di lusso. Secondo l’autore di un articolo recentemente pubblicato su Cronache di Gusto, il fenomeno dei ricarichi esagerati del vino nei ristoranti rischia di trasformare il vino da compagno di convivialità in una merce poco accessibile, soprattutto per le nuove generazioni di bevitori.
La reazione dei consumatori non si fa attendere: molti cercano alternative per risparmiare senza rinunciare alla qualità, come il cosiddetto diritto di tappo (o corkage fee), che permette di portare una propria bottiglia al ristorante pagando una piccola tariffa per il servizio di apertura e stappatura – spesso tra i 5 e i 10 euro in Italia.
Il dibattito resta aperto: da una parte chi difende la necessità di questi margini per garantire sostenibilità economica all’attività, dall’altra chi chiede maggiore trasparenza e prezzi più equi per non escludere consumatori appassionati ma dal budget più contenuto. Qualunque sia la posizione, il tema del vino nei ristoranti – tra cultura, mercato e nuovi stili di consumo – non è più soltanto una questione di prezzo, ma di identità dell’esperienza gastronomica italiana.

