A fine luglio 2025, nelle cantine toscane giacciono invenduti oltre 5,4 milioni di ettolitri di vino, equivalenti a circa 723 milioni di bottiglie. Un’immagine potente e inquietante, che restituisce il volto silenzioso della crisi che attraversa uno dei settori più identitari del Made in Italy.
Le cifre, rese note dal bollettino ufficiale del Ministero dell’Agricoltura, raccontano una realtà che va ben oltre le dinamiche stagionali o le fluttuazioni di mercato: il vino toscano — e in particolare quello a denominazione d’origine — fatica a uscire dalle cantine. E mentre la vendemmia 2025 si avvicina, lo spettro del sovra-stoccaggio si fa sempre più concreto.
Tra eccedenze e strategie
Le eccedenze riguardano in larga parte vini Dop, soprattutto rossi, cuore pulsante della produzione regionale. A livello nazionale, la giacenza supera i 40 milioni di ettolitri, un dato che riflette una situazione di stagnazione diffusa. Ma in Toscana, regione simbolo della viticoltura italiana, il fenomeno assume un valore emblematico.
Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Unione Italiana Vini, ha recentemente lanciato un appello alla filiera: “Occorre ridurre la produzione del 20% per riequilibrare domanda e offerta”. Una posizione condivisa da molti, ma che da sola non basta.
Il Consorzio del Chianti Classico ha già intrapreso una strada pragmatica, abbassando la resa massima da 75 a 65 quintali per ettaro. Anche per l’annata in corso è prevista una diminuzione del 20%, nella speranza di alleggerire la pressione sugli stock.
Ma per Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti, la vera soluzione non sta solo nella riduzione, bensì nel rilancio commerciale: “Senza una strategia promozionale strutturata e incisiva, non potremo invertire la rotta”.
Nel 2024, la Toscana ha prodotto 2,6 milioni di ettolitri di vino, con un incremento significativo rispetto all’anno precedente. L’export tiene, così come le superfici vitate, che superano i 61.000 ettari, con una forte componente biologica. Tuttavia, il mercato interno rallenta: nei primi dieci mesi del 2024 si è registrato un calo dell’1,4% nelle immissioni sul mercato, proseguito anche nella prima metà del 2025 (-2%).
Alcune denominazioni, come Bolgheri, Brunello di Montalcino e alcune parti della Maremma, mostrano segnali di vitalità. Ma altrove — Chianti compreso — si osservano flessioni che, seppur moderate, contribuiscono ad alimentare la spirale dell’invenduto.
L’accumulo di bottiglie è il sintomo visibile di una crisi più profonda: calo dei consumi, concorrenza internazionale, aumento dei costi di produzione, e un consumatore sempre più disorientato. Da tempo si discute di distillazione di crisi, vendemmia verde e politiche di disincentivo alla sovrapproduzione.
Ma nessuna misura tecnica potrà essere davvero risolutiva senza un cambio di paradigma. Serve ripensare il posizionamento del vino toscano, investire nella narrazione del prodotto, intercettare nuove fasce di pubblico e consolidare la presenza nei mercati emergenti.
Il vino, in Toscana, non è solo un bene economico. È cultura, identità, paesaggio. Ma perché resti tutto questo, occorre evitare che si trasformi in un grande giacimento immobile di bellezza invenduta.

