In Piemonte, terra di grandi rossi iconici ma anche di bianchi che sanno parlare con voce sottile e luminosa, pochi vitigni raccontano identità e paesaggio con la stessa intensità dell’Erbaluce di Caluso. Un bianco antico, verticale, scolpito nella luce delle colline moreniche del Canavese.
Tra i custodi di questa storia c’è Gianluigi Orsolani, che insieme al padre ha firmato una delle pagine più significative dell’enologia canavesana, intrecciando visione, rigore e rispetto per la terra.
Parlare di questo brand significa inevitabilmente parlare di La Rustia, progetto nato negli anni ’80 e diventato simbolo aziendale. Il nome evoca gli acini più dorati, accarezzati dal sole di fine stagione, destinati al bianco emblema della casa.
«Quest’anno celebriamo 40 anni di Erbaluce di Caluso La Rustia – racconta Gianluigi – e lo abbiamo prodotto quasi senza interruzioni, sempre attraverso un’accurata selezione delle uve, perché la costanza qualitativa non è un obiettivo: è un dovere».
Oggi questo cru raggiunge circa 40.000 bottiglie annue, distribuite con scelta precisa e coerente: niente grande distribuzione, ma una presenza mirata in ristoranti ed enoteche dove cultura del vino e racconto territoriale possano valorizzarne l’identità.
La storia degli Orsolani si intreccia con quella dei pionieri del territorio, come Remo Falconieri, protagonisti silenziosi di una rinascita qualitativa.
Nel 1968, quando la spumantizzazione in Piemonte era prerogativa di pochissime denominazioni, il padre di Gianluigi intuì il potenziale dell’Erbaluce in versione metodo classico. Un gesto audace, quasi rivoluzionario per l’epoca. Oggi quella scelta appare come un atto di lungimiranza che ha ampliato l’orizzonte stilistico del vitigno.
Secondo Gianluigi, i bianchi piemontesi stanno vivendo un momento di particolare favore: più eleganti, più leggeri, più contemporanei. «Il vino bianco, con le sue gradazioni moderate e la freschezza naturale, è oggi apprezzato per la sua bevibilità e versatilità». Una dichiarazione che intercetta perfettamente le nuove sensibilità del consumo internazionale.
L’Erbaluce di Caluso si declina in tre interpretazioni DOCG – fermo, spumante e passito – dimostrando una duttilità unica.
Il passito, prodotto solo nelle annate più vocate e frutto di una selezione rigorosa, rappresenta l’apice qualitativo e identitario. Bottiglie storiche vengono custodite in cantina e talvolta presentate in aste internazionali di prestigio come quelle di Sotheby’s, Christie’s e Bolaffi. Un vino che possiede struttura, acidità e complessità tali da attraversare il tempo con eleganza aristocratica.
Il vitigno cresce nelle colline del Canavese, modellate dai ghiacciai del Monte Bianco, del Monte Rosa e del Gran Paradiso, che costituiscono uno degli anfiteatri morenici più suggestivi d’Europa. Un terroir irripetibile che dona ai vini mineralità, tensione e profondità.
Non a caso, università americane hanno studiato quest’area per la sua unicità geologica, riconoscendone il valore scientifico oltre che vitivinicolo. Un patrimonio che potrebbe esprimere ancora di più anche in chiave enoturistica.
Il vitigno Erbaluce copre circa 250 ettari per una produzione complessiva che supera di poco il milione di bottiglie: l’80% in versione secca, il restante 20% suddiviso tra spumante e passito.
Si tratta ancora di una denominazione fortemente radicata nel mercato regionale. L’export rappresenta una quota contenuta e la presenza internazionale resta selettiva. Ma proprio questa dimensione raccolta, unita alla qualità crescente e alla straordinaria versatilità stilistica, potrebbe proiettare il vitigno verso una nuova stagione di riconoscimento globale.
In fondo, l’Erbaluce di Caluso è il racconto di un territorio che ha scelto di credere nella propria unicità. È la storia di produttori visionari come Orsolani, che hanno saputo trasformare un piccolo angolo del Canavese in un laboratorio di eccellenza piemontese.
Un bianco che non cerca di imitare nessuno. Che vive di luce propria. E che, calice dopo calice, continua a sorprendere.

