La settima edizione di Beviamoci Sud Roma si prepara a occupare le sale del The Westin Excelsior il 31 gennaio e 1° febbraio 2026. L’evento, nato come momento di incontro tra produttori del Sud Italia e appassionati romani, negli anni ha ampliato il proprio raggio d’azione: non solo degustazioni, ma anche masterclass e incontri tematici.
Ma dietro le luci della ribalta, la manifestazione racconta una realtà più complessa: quella dei vini meridionali, spesso di eccellenza, ma ancora poco presenti nei mercati nazionali e internazionali. La Campania, la Puglia, la Sicilia, la Calabria, la Basilicata e persino il Lazio mostrano produzioni di qualità crescente, ma faticano a conquistare la distribuzione e la notorietà che meritano.
“Il Sud produce vini di straordinaria personalità, ma spesso la sfida è culturale oltre che commerciale: far capire che non esistono solo etichette note, ma territori con una storia enologica millenaria”, spiega Luciano Pignataro, critico vitivinicolo e curatore tecnico della manifestazione.
Tradizione vs innovazione
L’edizione 2026 punta a mostrare l’ampiezza dei vitigni autoctoni e delle scelte produttive più innovative. Tra le masterclass in programma figurano approfondimenti sul Primitivo di Manduria, i vini dell’Etna, gli autoctoni calabresi e la rinascita di varietà dimenticate. L’obiettivo è dare voce alle piccole cantine artigianali quanto ai grandi nomi, rivelando un mosaico di stili, terroir e sfide di sostenibilità.
Tuttavia, il confronto con le grandi manifestazioni internazionali mette in luce alcune criticità: la concentrazione degli eventi nella Capitale non sempre garantisce un pubblico esperto, mentre l’attenzione mediatica rimane concentrata sulle etichette più note, lasciando in secondo piano i produttori emergenti.
Il vino meridionale è in crescita: dati recenti segnalano un aumento della qualità media, ma la penetrazione commerciale resta limitata. Secondo l’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, le esportazioni di vini del Sud crescono in modo costante (+4,5% nel 2025 rispetto all’anno precedente), ma il 70% del consumo italiano rimane concentrato su regioni del Nord e centrali. Manifestazioni come Beviamoci Sud tentano di colmare questo divario, ma i risultati restano parziali.
“Questi eventi sono fondamentali per creare consapevolezza e cultura, ma da soli non bastano: serve una rete di distribuzione più strutturata e investimenti in comunicazione che raccontino il valore del Sud”, commenta Andrea Petrini, giornalista gastronomico.
Beviamoci Sud non è solo degustazione: è un’occasione per comprendere l’identità dei territori meridionali, la loro resilienza e la capacità di innovare senza rinunciare alle radici. La sfida resta quella di trasformare la notorietà momentanea in presenza stabile sul mercato e nella percezione dei consumatori.
Il festival, quindi, va letto come uno specchio delle tensioni del vino meridionale: tra eccellenza produttiva e difficoltà commerciali, tra tradizione secolare e desiderio di modernità, tra cultura locale e pressione internazionale. E, forse, proprio in questa contraddizione si trova il cuore del racconto dei vini del Sud.

