Secondo recenti ricerche — commissionate da Censis e NielsenIQ e presentate al Ministero delle Imprese e del Made in Italy — il “marchio Italia” raggiunge oggi un valore stimato di 2.077 miliardi di euro.
Di questo enorme capitale simbolico e economico, il settore agroalimentare — con le sue eccellenze gastronomiche — è indicato come la punta di diamante: secondo le stesse analisi, il “food made in Italy” è al primo posto nel mondo per riconoscibilità.
Questi numeri riflettono non solo la dimensione economico-industriale del comparto, ma un valore culturale e identitario riconosciuto globalmente: l’Italia non vende solo prodotti, ma un’identità fatta di sapori, qualità, territorio e storia.
Altri dati recenti confermano la forza dell’agroalimentare italiano nel commercio internazionale. Tra giugno 2024 e maggio 2025 le esportazioni del settore alimentare hanno raggiunto 70,7 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto ai 37 miliardi del 2015.
Nel 2024, il settore rappresentato da Unione Italiana Food (UIF) — che comprende pasta, dolci, caffè e altri prodotti alimentari — ha esportato per circa 23 miliardi di euro, con un incremento superiore all’11% rispetto all’anno precedente: un segnale di vitalità e crescente domanda sui mercati internazionali.
I numeri confermano anche la capacità di innovazione e adattamento: non solo prodotti tradizionali (pasta, conserve, dolci), ma anche categorie evolute come alimenti pronti, surgelati o “salubri”, riflettendo l’evoluzione dei gusti e delle esigenze globali.
Tra i comparti simbolo del Made in Italy c’è senz’altro quello oleario. Le fonti collegano i dati delle ricerche con quelli produttivi: decine di migliaia di imprese agricole, centinaia di trasformatori, e un export che nel 2024 avrebbe raggiunto circa 3,091 miliardi di euro, di cui 2,496 miliardi riferiti al solo olio extravergine — un segno evidente di come l’eccellenza italiana in termini di qualità e riconoscibilità trovi una concreta dimensione economica.
Il dato non è solo economico: è anche culturale. L’analisi segnala che una parte rilevante degli italiani (il 42,8%) considera la cultura alimentare «molto importante», una cifra che sale nelle fasce adulte.
Questo rafforza l’idea che il Made in Italy non sia solo un brand commerciale, ma un patrimonio di valori — di territorio, tradizione, saper fare — che trova nell’olio, nella pasta, nei prodotti tipici la sua espressione più autentica.
Un aspetto interessante emerso nel dibattito attuale riguarda la formazione come leva strategica. In occasione della presentazione del valore del marchio Italia, è stata rilanciata la seconda edizione del progetto EVO Masterclass, promosso da Oleificio Zucchi insieme a RE.NA.I.A. (Rete Nazionale Istituti Alberghieri).
L’obiettivo è formare i giovani — futuri chef, operatori della ristorazione, professionisti del gusto — affinché diventino “ambasciatori” delle eccellenze italiane nel mondo, capaci di promuovere non solo prodotti, ma cultura, territorio, autenticità.
In un contesto globale sempre più competitivo — con sfide legate a autenticità, concorrenza di prodotti “italian sounding”, sostenibilità — questa scommessa sulla formazione può fare la differenza.
Tuttavia, il valore del marchio e i numeri da record non bastano da soli. Alcuni rischi — di medio e lungo termine — richiedono attenzione:
- Qualità e trasparenza: per mantenere credibilità, serve garantire che “Made in Italy” significhi davvero origine, tracciabilità, autenticità. Le contraffazioni e l’“italian sounding” restano un nemico concreto.
- Sostenibilità ambientale: cambiamenti climatici, pressione sulle risorse agricole, esigenze di filiera — il comparto agroalimentare deve affrontare la sfida del futuro con pratiche sostenibili e responsabili.
- Innovazione e adattamento: consumi internazionali in evoluzione, nuovi gusti, esigenze sanitarie, logistica globale — le imprese devono continuare a investire in ricerca, tecnologia e differenziazione.
- Coesione territoriale e identità: promuovere le denominazioni tipiche, i territori, le filiere locali — far percepire che ogni prodotto è frutto di un patrimonio culturale e territoriale, non di un semplice marchio.
Conclusione: un grande patrimonio da tutelare e valorizzare
Il valore di 2.077 miliardi attribuito al marchio Italia non è un dato astratto: è la somma di imprese, storia, qualità, identità culturale e lavoro quotidiano. È il segno che il “saper fare” italiano — nell’agroalimentare, nella ristorazione, nella tradizione — continua a essere riconosciuto e richiesto in ogni angolo del mondo.
Ma per mantenere e accrescere questo patrimonio serve consapevolezza. Serve cura, credibilità, formazione, innovazione. Serve uno sforzo collettivo: produttori, istituzioni, giovani, consumatori. Solo così il Made in Italy potrà restare non un marchio vuoto, ma un simbolo autentico di eccellenza, cultura e futuro.

