Nel panorama dell’enologia italiana si staglia una fotografia che non lascia spazio all’equivoco: le scorte di vino nelle cantine nazionali sono tornate a crescere in modo significativo. Secondo i dati aggiornati al 31 ottobre 2025, le giacenze hanno toccato i circa 44,5 milioni di ettolitri, con un aumento del +5,2 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
L’analisi condotta da Osservatorio del Vino per la testata I Grandi Vini evidenzia incrementi puntuali sulle diverse tipologie di prodotto:
- Vini DOP: 24,764 milioni hl (+5,6 %)
- Vini IGP: 11,237 milioni hl (+4,9 %)
- Vini varietali: 658 mila hl (+11,5 %)
- Vini comuni: 7,833 milioni hl (+3,9 %)
- Mosti: 14,257 milioni hl (+6,9 %)
- Vini nuovi in fermentazione: 14,290 milioni hl (+6,2 %)
Dal punto di vista geografico, alcune regioni mostrano dinamiche davvero intense:
- Veneto: incremento di oltre il +49% su ottobre 2024, da 12,197 a 18,280 milioni hl.
- Emilia‑Romagna: +81%, da 4,834 a 8,760 milioni hl.
- Puglia: +88%, da 5,798 a 10,930 milioni hl.
- Sicilia: +48% circa, a 4,874 milioni hl.
È il Nord Italia a detenere la quota maggiore delle giacenze: circa il 62,1% del totale nazionale, con il Veneto che registra oltre il 26 % delle scorte.
Interpretazione: motivi e segnali
Tre fattori sono messi in evidenza dagli analisti come principali motori di questa crescita:
- Una vendemmia abbondante e in molti casi più tardiva, che ha determinato un ingresso massiccio di mosti e vini nuovi nei registri.
- Il calendario vendemmiale differenziato tra macro‐aree (con il Centro-Sud che in alcune zone ha terminato più tardi).
- Una domanda interna ed estera che, seppur stabile in alcuni segmenti, mostra segnali di rallentamento o almeno di prudenza: ciò spinge molte cantine a trattenere scorte maggiori in attesa di condizioni migliori.
In sostanza: le cantine italiane si preparano all’avvio della nuova campagna produttiva con «magazzino rafforzato», consapevoli che la fase di consumo e di export non è scontata.
Quali sono i rischi sul tavolo?
- Accumulare scorte significa aumentare i costi di gestione, stoccaggio, logistica e soprattutto il rischio che una parte rilevante non possa essere smaltita nei tempi desiderati.
- Se la domanda non recupera, o se l’export resta debole (come segnalato per alcuni mercati extra-UE), si potrebbe assistere a una pressione sui prezzi o a una selezione delle produzioni più vulnerabili.
- Il forte peso delle regioni Nord/Est in termini di giacenze suggerisce che parte dell’eccedenza è concentrata in ambienti territoriali ben definiti. Qualora il mercato si raffreddi ulteriormente, quelle regioni potrebbero sentirne di più l’effetto.
Quale scenario per il futuro?
Se da un lato il dato del +5 % (circa) rispetto al 2024 può essere letto come «gestione ordinaria», l’entità complessiva — 44,5 milioni di ettolitri — testimonia che il settore italiano del vino entra in questa fase con volumi importanti. La sfida sarà governare questi volumi con intelligenza: valorizzando qualità, presidio di mercato, internazionalizzazione e differenziazione produttiva.
Serve quindi una visione complementare: non solo produrre bene, ma posizionarsi bene, promuovere i marchi forti, investire nei territori e nel marketing, e gestire con equilibrio le quantità. In un contesto globale in cui la produzione cresce solo moderatamente (+3% stimato per il mondo nel 2025) ma la domanda è incerta.
Il dato sulle giacenze rappresenta per gli operatori un campanello d’allarme e al contempo una leva strategica: da un lato impone maggiore attenzione al ciclo produttivo e alla gestione dei volumi; dall’altro offre l’opportunità di valorizzare il patrimonio vitivinicolo italiano, puntando su segmenti in crescita, territori distintivi e mercati emergenti.
Il comparto del vino in Italia — in un contesto tanto tradizionale quanto competitivo — si trova dunque nel pieno di una fase di riorientamento: quelle botti e quei serbatoi colmi oggi diventano il banco di prova del domani.

