In un momento segnato da tensioni internazionali e da uno scenario interno non certo tranquillizzante, l’universo vitivinicolo italiano trova un’occasione inedita nel ricorso ai minibond. Le piccole e medie imprese del settore – in particolare quelle con fatturato superiore a 2 milioni di euro – vengono ora messe in condizione di accedere a un capitale di debito strutturato, grazie all’iniziativa della piattaforma ItaliaBond, controllata dal gruppo Italia Capitalis e vigilata da Consob.
Il contesto è tutt’altro che semplice. Nei primi cinque mesi del 2025 l’export del vino italiano si è attestato in linea con i 3,2 miliardi di euro, ma con un calo del 4 % rilevato da Ice. Sul fronte dei mercati esteri, pesa la decisione statunitense di applicare dazi del 15 % alle importazioni di vino europeo, un appesantimento che le imprese hanno giudicato «a impatto elevato». Allo stesso tempo, secondo Unione Italiana Vini (UIV) la vendemmia media 2025 potrebbe produrre quasi 100 milioni di ettolitri in eccesso rispetto alla domanda stimata, generando una condizione di sovrapproduzione che accentua la criticità del comparto.
In questo quadro, ItaliaBond ha selezionato le prime dieci aziende vinicole, con l’obiettivo di raccogliere fino a 7 milioni di euro entro 12 mesi, tramite emissioni di minibond da collocare sul mercato in 45-60 giorni. Le imprese ammesse devono contare almeno 10 dipendenti, avere tre bilanci depositati e non essere coinvolte in protesti o procedure concorsuali.
La proposta si basa su alcuni punti qualificanti:
- Permettere alle Pmi vinicole di reperire capitale di debito senza diluire il capitale sociale, quindi senza cedere quote aziendali.
- Offrire un iter snello, digitale e assistito: le imprese avranno a disposizione consulenza strategica, project manager dedicato, e monitoraggio digitale del processo.
- Aprire la raccolta non solo agli investitori professionali, ma anche al retail, in una prospettiva di diversificazione degli strumenti finanziari accessibili al comparto.
Questa via di finanziamento rappresenta una risposta concreta alla difficoltà segnalata dalle imprese del vino di ottenere credito bancario tradizionale: oltre il 60 % delle aziende vitivinicole indica l’accesso al credito come problematica.
Quali opportunità e quali rischi?
Da una parte, l’emissione dei minibond rappresenta un segnale positivo: un modo per dare ossigeno finanziario alle imprese che vogliono investire in internazionalizzazione, innovazione o operazioni straordinarie senza perdere il controllo della propria azienda. Dall’altra, occorre non sottovalutare che lo scenario resta complesso: dazi, volumi elevati in giacenza, cambi sfavorevoli e costi delle materie prime sono elementi che potrebbero comprimere i margini delle imprese. Inoltre, l’affidabilità delle aziende peggiorate dal contesto richiederà che gli strumenti di debito siano gestiti con grande rigore.
In conclusione, il lancio dei minibond per le Pmi del vino rappresenta un segno di fiducia verso un comparto che rimane centrale per il Made in Italy, ma che richiede strumenti finanziari e strategici adeguati alla complessità del momento. Mentre le cantine guardano all’internazionalizzazione e ai nuovi consumi – più leggeri, più orientati alla sostenibilità – poter contare su un’alternativa al credito bancario tradizionale può fare la differenza tra stagnazione e rilancio.

