Il comparto vinicolo italiano si trova oggi ad affrontare una delle crisi più delicate del suo recente passato, segnata da una congiuntura internazionale ostile e da difficoltà strutturali interne. Secondo l’analisi condotta dall’Eurispes nel rapporto Il futuro del vino italiano, il settore – che comprende circa 30.000 imprese di trasformazione e coinvolge 74.000 persone – genera un fatturato interno stimato in 16 miliardi di euro (escluso l’indotto), con l’export che nel 2024 ha raggiunto gli 8,1 miliardi.
Dazi Usa: un pesante ostacolo all’export
Gli attuali dazi imposti dagli Stati Uniti rappresentano il maggiore fattore di criticità per l’industria vinicola italiana. Gli Usa assorbono quasi un quarto del valore delle esportazioni enologiche del Belpaese: 2 miliardi di euro circa, pari al 24% del totale.
Fino a gennaio 2025, il dazio medio applicato al vino italiano era del 2,9%. Dopo l’introduzione di misure che ne elevano l’aliquota fino al 15%, l’impatto stimato per le imprese del settore ammonterebbe a 317 milioni di euro. Se si considera anche la svalutazione del dollaro, la perdita potenziale potrebbe salire fino a circa 460 milioni.
Già ad aprile del 2025 le prime avvisaglie si sono manifestate: le esportazioni verso gli Stati Uniti sono diminuite del 7,5% a volume e del 9,2% a valore, anche a causa della riduzione del prezzo medio.
Rischio sistemico: l’allarme dell’Unione Italiana Vini
L’Unione Italiana Vini (UIV) ha messo in guardia sul fatto che il 98% del vino italiano esportato potrebbe essere soggetto a dazi fino al 25%, con una perdita potenziale complessiva vicino al miliardo di euro. Inoltre, UIV denuncia che la maggior parte dei vini italiani esportati ha prezzi medio‑bassi (posti sotto i 5,35 €/litro), il che li rende particolarmente vulnerabili a salti tariffari che li “spingerebbero” fuoriscala rispetto alla domanda statunitense.
Volumi in flessione, instabilità strutturale
Il vino italiano ha sempre dovuto fare i conti con oscillazioni produttive annue: la produzione nazionale può variare tra 42 e 55 milioni di ettolitri, con la stima per il 2025 fissata in 47,4 milioni, +8% rispetto al 2024. Tuttavia, il segnale più preoccupante non deriva dalla produzione, bensì dalla domanda estera che segna un’inversione di tendenza. Nonostante il tradizionale dinamismo dell’export, il 2025 presenta per la prima volta una flessione da segno negativo.
Altri operatori del settore segnalano che il quadro è ulteriormente aggravato da instabilità geopolitica, oscillazioni valutarie e tensioni commerciali che investono oltre al vino anche categorie affini come gli spiriti e gli aceti.
Prospettive e possibili linee di intervento
Nel rapporto Eurispes si propongono alcune misure di politica fiscale per mitigare la crisi, puntando su incentivi che favoriscano la competitività delle filiere enologiche e un riequilibrio degli oneri tra produzione e distribuzione.
L’UIV suggerisce un approccio multilivello, che includa:
- negoziati diplomatici e commerciali per ridurre o annullare i dazi;
- azioni di promozione nei mercati emergenti per diversificare l’export;
- sostegni a livello europeo per le aziende vulnerabili, in particolare le piccole realtà impegnate nei vini a basso valore aggiunto;
- ristrutturazioni interne che migliorino efficienza, qualità e margini.
In sintesi
L’industria del vino italiana è sospesa tra due forze avverse: da un lato la forza tradizionale dell’export e la qualità riconosciuta del “made in Italy”, dall’altro un contesto macroeconomico più difficile, inasprito dalle misure protezionistiche statunitensi. Il prossimo futuro potrebbe essere decisivo.

