Il gigante australiano Treasury Wine Estates — uno dei più grandi produttori di vino al mondo — ha annunciato l’intenzione di svalutare per circa 450 milioni di dollari Usa (pari a circa 687,4 milioni di dollari australiani) il valore del proprio portafoglio negli Stati Uniti, citando la debolezza della domanda e previsioni di crescita futura più caute per il mercato vinicolo.
Secondo il comunicato ufficiale, la decisione di svalutare gli asset statunitensi è il frutto di una revisione degli scenari di lungo termine: le vendite di vino negli USA sono inferiori rispetto alle attese, e alcuni segmenti — in particolare quelli delle fasce di prezzo più basse — mostrano una domanda stagnante o in contrazione.
Il risultato in Borsa è stato immediato: le azioni di Treasury Wine sono scese fino a un -6,4%, toccando livelli che non si vedevano dal 2015.
Va sottolineato però che, secondo lo stesso gruppo australiano, alcuni marchi premium del suo portafoglio — come DAOU, Frank Family Vineyards e Matua — continuano per ora a performare meglio del mercato.
La decisione di Treasury non è un fatto isolato: riflette un trend più ampio che emerge nei dati di mercato globale. Nel primo semestre 2025, il commercio mondiale del vino ha registrato una flessione del –2,3% in valore e del –3,7% in volume rispetto all’anno precedente.
Negli Stati Uniti, secondo analisi del settore, il primo trimestre del 2025 ha evidenziato un calo generalizzato sia nei volumi che nelle vendite, suggerendo un ridimensionamento del consumo — problema che ora investe anche vini importati e marchi stabiliti.
Per molti produttori e operatori, il rallentamento del mercato impone di ripensare strategie commerciali e previsioni di crescita: le dinamiche di consumo stanno mutando, probabilmente sotto l’influenza di fattori economici, sociali e di preferenze in cambiamento.
Come stanno reagendo industria e investitori
Da parte sua, Treasury Wine — ora guidata dal neo-ceo Sam Fischer, in carica da ottobre — preannuncia aggiornamenti entro dicembre e segnala che la svalutazione riguarda innanzitutto il “goodwill” legato all’Americas business.
Analisti di mercato — come quelli di RBC Capital Markets — interpretano la mossa come l’ammissione che, almeno in retrospettiva, alcune acquisizioni negli USA sono state pagate troppo care. L’ottimismo sui ritorni generati da quegli investimenti cede il passo a una correzione dolorosa.
Sul fronte più ampio, il rallentamento globale del vino (e la recente tendenza a consumi più cauti o modesti in diversi Paesi) spinge attori del settore — soprattutto i player internazionali — a riconsiderare modelli produttivi, politiche di prezzo, e canali di distribuzione, per adattarsi a una domanda meno prevedibile.
Quali implicazioni — e cosa tenere d’occhio
- Riduzione del portafoglio USA: la svalutazione sistematica degli asset americani da parte di un leader globale come Treasury può avere effetti a catena sulla valutazione di altre società vinicole attive negli USA.
- Pressione sulle fasce entry-level: i vini a bassa/media fascia di prezzo soffrono di più, mentre i segmenti premium continuano a reggere — una dicotomia che potrebbe ridefinire il posizionamento e la strategia commerciale.
- Rivalutazione del mercato globale: il calo del commercio mondiale conferma la necessità di innovare, puntare sulla qualità e sul valore – non solo sul volume.
- Attenzione agli scenari economici e al cambiamento dei consumi: costi, abitudini alimentari, sensibilità delle nuove generazioni e contesto macroeconomico stanno ridefinendo la domanda di vino su scala globale.
In questo contesto, la svalutazione annunciata da Treasury Wine Estates appare meno come un errore contabile che come una fotografia — lucida e forse dolorosa — di un mercato che evolve rapidamente. E invita produttori, investitori e osservatori del mondo del vino a rimettere sul tavolo le proprie carte: perché dietro ogni bottiglia c’è molto più di un semplice brindisi.

