Va bene — ha senso. Provo a ridurre Negli ultimi anni, il mondo del vino italiano ha cominciato a guardare al digitale non solo come vetrina, ma come canale strategico. Le grandi cantine, tradizionalmente radicate al territorio e al rito della vendemmia, stanno riscrivendo il proprio racconto: non più soltanto la storia di un grappolo, ma la storia di un’azienda, di un terroir, di una comunità.
Vino 2.0: cosa significa essere “digitali” nel 2025
Secondo l’ultimo rapporto di Omnicom PR Group Italia, che analizza le prime 25 aziende vinicole italiane per fatturato, molte cantine hanno istituzionalizzato la propria presenza sul web: profili su piattaforme professionali, siti aggiornati, social attivi e — in qualche caso — e-commerce.
Non si tratta soltanto di numeri di follower: la digitalizzazione assume significato quando serve a raccontare la filiera, la sostenibilità, le persone dietro al brand. Alcune cantine investono anche in iniziative educative, progetti sociali o valorizzazione del territorio — elementi che superano la mera promozione commerciale.
Tra le aziende che meglio hanno saputo interpretare questo cambiamento spicca Mezzacorona: per diversi anni è stata riconosciuta come la “cantina più digitale” d’Italia. Subito dopo, altre realtà come Frescobaldi e Ruffino — da sempre simboli di tradizione — mostrano forte volontà di evoluzione digitale e storytelling moderno.
Queste cantine non puntano solo sui social: integrano consapevolmente contenuti legati a sostenibilità, territorio, patrimonio culturale. In alcuni casi, ciò significa tradurre online un approccio che ha radici nella terra e nelle persone.
Paradossalmente, l’avanzata digitale sta andando di pari passo con un ritorno al fisico. Molte cantine — pur mantenendo attiva la comunicazione online — investono su esperienze reali: degustazioni, eventi, visite in vigna, percorsi di turismo del vino.
Questo fenomeno suggerisce che il digitale non è inteso come sostituto, ma come complemento: serve ad ampliare il pubblico, a raccontare, a educare. Ma chi visita la cantina, assaggia il vino, vive il luogo: ed è questo che costruisce una relazione autentica con il brand.
Non tutto è rosa. Sebbene molte cantine abbiano siti aggiornati e profili social curati, la vendita online — l’e-commerce — resta ancora poco diffusa e spesso rudimentale: lo shop serve per vendere bottiglie, ma raramente per raccontare storie, territori, pratiche agricole.
In più, l’attenzione al “contenuto di valore” — approfondimenti su vitigni autoctoni, pratiche sostenibili, filiera — risulta disomogenea: a fianco di alcuni progetti curati, c’è chi invece limita la strategia al post promozionale.
Il percorso intrapreso lascia immaginare alcune direzioni:
- Un rafforzamento del legame tra digitale e territorio: narrazioni sempre più radicate nella cultura, nella storia e nella comunità di provenienza.
- Un uso del digitale come strumento di trasparenza e informazione: vitigni autoctoni, sostenibilità, filiera, enoturismo, per attrarre consapevolezza e fidelizzazione.
- Una possibile espansione concreta dell’e-commerce, con modelli evoluti: storytelling, comunicazione diretta, personalizzazione, magari anche servizi aggiuntivi oltre al semplice acquisto.
- Una segmentazione del mercato: chi saprà coniugare visione, qualità e coerenza avrà davanti un’opportunità; chi si limiterà a “postare bottiglie” rischia di restare nel rumore mediatico.
Nell’Italia del vino, sta crescendo il bisogno di chi sa comunicare con eleganza: non solo etichette, ma storie da raccontare, territori da difendere, esperienze da vivere. In questo contesto, le cantine che sapranno guardare lontano — e far parlare la loro terra — avranno un posto di rilievo. E il web sarà solo il primo atto di un racconto ben più importante.

