Il calice torna sotto osservazione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) hanno rilanciato un messaggio chiaro: più tasse sull’alcol per ridurre i rischi oncologici e i costi sociali.
Secondo le due istituzioni, non esiste un livello di consumo sicuro, e ogni bicchiere aumenta, seppur in misura diversa, la probabilità di sviluppare tumori. Nel 2020, in Europa, oltre 93.000 decessi per cancro sono stati attribuiti all’alcol.
“Servono politiche fiscali più intelligenti, capaci di proteggere la salute pubblica senza distruggere il valore culturale dei prodotti tradizionali”,
ha dichiarato Gundo Weiler, direttore per la promozione della salute dell’OMS/Europa.
Le accise europee sugli alcolici non vengono riviste dal 1992.
In particolare, il vino gode ancora di aliquota zero a livello comunitario, un privilegio che riflette il peso economico dei Paesi produttori come Italia, Francia e Spagna.
L’OMS e l’IARC sostengono che l’introduzione di tassazioni proporzionali al contenuto alcolico, unite a restrizioni pubblicitarie e informazione sanitaria, possa ridurre il consumo di massa e prevenire migliaia di casi di tumore nei prossimi decenni.
Nel Belpaese il tema è delicato. L’Italia è primo produttore mondiale di vino e pilastro del mercato enogastronomico globale. Ma i numeri raccontano anche l’altra faccia della medaglia:
oltre 8,6 milioni di italiani bevono in modo a rischio, e tra i giovani cresce il fenomeno del “binge drinking”.
“La tassazione non deve essere punitiva, ma parte di una strategia di salute pubblica”, spiega la nutrizionista e oncologa Maria Luisa Gallo. “Non si tratta di demonizzare il vino, ma di promuovere un consumo consapevole, in linea con la nostra tradizione mediterranea”.
Le associazioni di categoria, da Federvini a Coldiretti, temono che un incremento delle imposte possa penalizzare le piccole cantine e ridurre la competitività del made in Italy.
“Il vino italiano è cultura, storia e territorio. Non può essere trattato come un superalcolico”, ribadiscono da Federvini, ricordando che l’export del settore vale oltre 8 miliardi di euro l’anno.
La questione, insomma, non è solo sanitaria ma anche economica e identitaria: tocca uno dei simboli del lifestyle italiano, tra piacere, convivialità e artigianalità.
L’OMS propone un modello di compromesso:
- tassazione progressiva in base al grado alcolico,
- etichette trasparenti con informazioni sui rischi oncologici,
- campagne di prevenzione sostenute con parte del gettito fiscale,
- e incentivi per i produttori sostenibili.
Un equilibrio possibile, ma complesso.
Come spesso accade in Italia, la sfida sarà culturale prima ancora che politica: riconoscere che il piacere di un calice non deve tradursi in un costo per la collettività.
Perché, in fondo, il vino resta un simbolo di eleganza e convivialità — ma la vera raffinatezza sta nel saperne gustare la misura.

