Dopo anni di stallo, il vino australiano torna protagonista sulla scena internazionale. A trainare la ripresa è la Cina, che nel periodo aprile 2024 – marzo 2025 ha riacceso i riflettori sulle etichette d’Oltreoceano, portando le esportazioni complessive a 2,64 miliardi di dollari australiani (+41 % su base annua), con un volume di oltre 647 milioni di litri (+6 %).
Il rilancio arriva a poco più di un anno dalla rimozione dei dazi punitivi da parte di Pechino, che avevano bloccato per oltre tre anni le spedizioni di vino australiano, penalizzando un settore già provato da sovrapproduzione e domanda debole.
Con 96 milioni di litri esportati per un valore di 1,03 miliardi di AUD, la Cina è tornata a essere il primo mercato per il vino australiano in valore, rappresentando da sola quasi il 40 % dell’export complessivo. Il prezzo medio per litro ha superato i 23 dollari australiani, segnale inequivocabile di una domanda focalizzata su etichette di fascia alta.
Tra le varietà più richieste, dominano i rossi fermi, in particolare Shiraz e Cabernet Sauvignon, tornati protagonisti sugli scaffali cinesi con incrementi a doppia cifra.
Oltre la Cina: luci e ombre
Fuori dal mercato cinese, però, il quadro è meno roseo. Le esportazioni verso gli storici partner commerciali – Stati Uniti, Regno Unito, Canada – segnano il passo, con un calo complessivo del 13 % in valore e del 9 % in volume, ai minimi da oltre dieci anni. Un segnale che, nonostante il rimbalzo asiatico, la competitività dell’Australia resta sotto pressione in contesti maturi.
Secondo Wine Australia, l’inversione di tendenza in Cina ha effetto soprattutto sul segmento premium, ma non compensa ancora i volumi persi durante l’embargo commerciale. I dati indicano infatti un export verso Pechino ancora inferiore del 23 % rispetto alla media 2016–2020, e addirittura 44 % sotto il picco del 2018.
Intanto, a livello nazionale, l’industria australiana si confronta con un surplus strutturale che supera i 200 milioni di litri, in gran parte vino rosso, a causa di una domanda interna stagnante e del rallentamento globale dei consumi.
L’attenzione dei grandi player si sposta ora verso mercati alternativi. Il gruppo Vinarchy, nato dalla fusione tra Accolade e la divisione vini di Pernod Ricard, guarda con interesse al Canada e all’America Latina, sfruttando la ridotta competitività dei vini americani colpiti da nuovi dazi commerciali.
La riapertura del mercato cinese rappresenta una boccata d’ossigeno per il vino australiano, ma non è ancora sinonimo di piena ripresa. L’industria è chiamata a ripensare strategie di lungo periodo: diversificare i mercati di sbocco, valorizzare la qualità e affrontare con decisione il tema dell’eccesso produttivo.
L’Australia brinda a un ritorno importante, ma resta vigile sul futuro.

