Nel complesso mosaico delle denominazioni europee, ogni parola pesa come un marchio. E quando le parole si assomigliano, il rischio non è solo linguistico ma economico. La Croazia torna al centro del dibattito comunitario con la richiesta di registrazione della Dop “Lumbarda”, nome che identifica un vino bianco tradizionale prodotto sull’isola di Curzola, nel cuore dell’Adriatico.
Una procedura tecnica, in apparenza. Ma in realtà un dossier destinato a riaprire una frattura mai del tutto ricomposta tra Roma e Zagabria.
Il punto critico è la possibile somiglianza tra “Lumbarda” – toponimo croato di antica origine – e “Lombarda”, aggettivo che richiama una delle aree vitivinicole più strutturate e riconoscibili d’Italia. Non è solo una questione fonetica: nel mercato globale del vino, la riconoscibilità immediata del nome è parte integrante del valore di un prodotto. Le denominazioni non sono etichette decorative, ma asset economici costruiti in decenni di investimenti, promozione e tutela legale.
Il precedente è ancora fresco nella memoria degli operatori. Il caso Prosek, vino dolce tradizionale croato, aveva sollevato un acceso confronto con l’Italia per l’evidente assonanza con Prosecco. In quell’occasione la questione si era trasformata in un banco di prova per l’intero sistema europeo delle indicazioni geografiche, mettendo in evidenza quanto la protezione delle Dop sia ormai un tema strategico, non solo agricolo ma anche commerciale e diplomatico.
Oggi lo scenario si ripropone con dinamiche simili ma contorni più sottili. Lumbarda è un vino identitario per il territorio di Curzola, prodotto da vitigni autoctoni e radicato nella tradizione locale. La Croazia rivendica il diritto di tutelarne il nome all’interno del sistema europeo. Dall’altra parte, il comparto vitivinicolo italiano osserva con attenzione, sottolineando che anche una somiglianza potenzialmente ambigua può incidere sulla chiarezza del mercato.
Bruxelles si trova così ancora una volta nel ruolo di arbitro. La Commissione dovrà valutare se la denominazione proposta possa generare confusione tra consumatori e operatori o se, al contrario, la differenza geografica e culturale sia sufficiente a evitare sovrapposizioni.
La vicenda conferma una tendenza più ampia: nel settore agroalimentare europeo la competizione non si gioca solo sulla qualità, ma sulla proprietà dei nomi. Le Dop rappresentano uno dei pochi strumenti capaci di proteggere valore, identità e marginalità economica in un contesto globalizzato. Per questo ogni richiesta di registrazione diventa, inevitabilmente, una questione politica oltre che tecnica.
L’Adriatico, ancora una volta, si trasforma in una linea sottile tra cooperazione e concorrenza. E mentre le istituzioni europee analizzano il dossier, il mondo del vino osserva: perché dietro una parola può nascondersi un intero equilibrio di mercato.

