La punte di diamante dell’agroalimentare italiano, il vino, rischia di subire un colpo durissimo: dal prossimo 7 agosto entreranno in vigore dazi del 15% sulle esportazioni verso gli Stati Uniti, principale sbocco extraeuropeo per le cantine italiane. L’allarme è stato lanciato da Unione Italiana Vini (UIV), che parla di “perdite potenziali fino a 460 milioni di euro l’anno”, e chiede con forza la riapertura immediata di un negoziato con Washington per evitare l’inasprimento delle tariffe.
“È imperativo mantenere il dialogo aperto con l’amministrazione statunitense e costruire un’intesa che mantenga il vino fuori da logiche protezionistiche”, ha dichiarato il presidente UIV Lamberto Frescobaldi. Un appello, il suo, sostenuto anche da attori americani come la US Wine Trade Alliance e la National Restaurant Association, che temono contraccolpi sull’intero sistema distributivo e sui consumatori.
Le nuove misure rischiano di congelare le esportazioni verso gli Usa, oggi pari a circa 1,9 miliardi di euro l’anno, ovvero quasi un quarto dell’intero export vinicolo italiano. Secondo UIV, il solo impatto diretto ammonterebbe a 317 milioni di euro, ma la cifra potrebbe lievitare fino a 460 milioni in caso di un cambio sfavorevole dell’euro rispetto al dollaro.
Le conseguenze sarebbero disomogenee, ma gravissime: tra le regioni più esposte, Veneto, Toscana, Piemonte e Trentino-Alto Adige, le cui produzioni – dal Prosecco al Chianti, dal Barolo al Pinot Grigio – dipendono fortemente dal mercato statunitense. In Trentino, ad esempio, il 36% del vino esportato ha come destinazione gli Usa.
CIA: “Il bicchiere è mezzo vuoto, servono indennizzi”
A raccogliere la preoccupazione dei produttori è anche CIA – Agricoltori Italiani, che definisce la situazione “un bicchiere mezzo vuoto” e sollecita l’attivazione di misure compensative a favore delle imprese più penalizzate.
“Il blocco di ordini, i rincari per i buyer americani e la riduzione della marginalità rischiano di creare un effetto domino sui bilanci aziendali e sull’occupazione nelle aree rurali”, ha spiegato il presidente Cristiano Fini. L’associazione chiede al governo italiano e all’Unione Europea di intervenire con indennizzi mirati e nuove forme di sostegno all’internazionalizzazione.
Confagricoltura: servono strumenti strutturali, non solo emergenziali
Se da un lato è necessario rispondere all’emergenza, dall’altro servono interventi strutturali per rendere il comparto vitivinicolo più competitivo e resiliente. Lo sostiene Confagricoltura, che propone un “pacchetto vino” in sede europea.
Tra le priorità indicate:
Maggiore flessibilità nelle autorizzazioni al reimpianto, con estensione da tre a otto anni e possibilità di rinuncia preventiva.
Uso più efficace dei fondi OCM, evitando che, come avvenuto nel 2024, solo il 73% delle risorse disponibili venga effettivamente speso.
Promozione integrata del vino nei mercati esteri e del turismo enologico, anche attraverso campagne coordinate UE.
“Non possiamo affidarci soltanto al traino del brand Made in Italy: dobbiamo rinnovare gli strumenti di promozione e sostegno alle imprese, soprattutto alle PMI che oggi non riescono a intercettare i fondi europei”, afferma Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura.
Il rischio politico di un’inerzia negoziale
L’introduzione dei dazi da parte degli Usa rappresenta solo l’ultima puntata di una guerra commerciale strisciante. Alla base della decisione statunitense vi sarebbero contenziosi più ampi sul fronte agricolo e tecnologico con l’Unione Europea, ma il vino – per visibilità e valore – è diventato bersaglio simbolico.
In questo scenario, l’Italia rischia di pagare il prezzo più alto. UIV, CIA e Confagricoltura convergono dunque su un punto: senza una strategia comune tra Roma e Bruxelles, il settore vitivinicolo potrebbe perdere terreno non solo negli USA, ma anche nella competizione globale.
Conclusione: il valore oltre l’etichetta
Il vino italiano non è solo una voce dell’export: è cultura, territorio, identità. Ma per difenderne il valore serve visione politica, capacità diplomatica e una strategia industriale all’altezza dei mercati di oggi. Il tempo stringe. E il rischio è che, stavolta, il bicchiere non resti solo mezzo vuoto – ma venga lasciato sullo scaffale.

