Il vino italiano chiude il 2025 con una fotografia che non può essere ignorata. Le cantine sono piene, forse troppo. Le giacenze nazionali hanno raggiunto 59,5 milioni di ettolitri, un livello elevato che riflette un equilibrio sempre più complesso tra capacità produttiva e reale capacità del mercato di assorbire il prodotto.
Non si tratta di un’anomalia improvvisa, ma del risultato di una sequenza precisa: dopo la forte contrazione produttiva del 2023, il biennio successivo ha visto vendemmie decisamente più generose. Il problema è che la domanda – sia interna sia internazionale – non ha seguito lo stesso ritmo. Il risultato è un accumulo che oggi pesa sulle strategie delle aziende, sui prezzi e sulle scelte future di filiera.
Un’Italia del vino sempre più “piena”
La mappa delle giacenze conferma le gerarchie storiche del vino italiano. Il Nord concentra oltre la metà delle scorte, con il Veneto che resta il vero baricentro produttivo del Paese. Non è solo una questione di quantità, ma di struttura industriale: grandi volumi, denominazioni forti, filiere organizzate che però oggi devono fare i conti con una rotazione più lenta del previsto.
Dal punto di vista qualitativo, il dato più significativo è che oltre la metà del vino in cantina è a Denominazione di Origine. Un segnale che ribalta un luogo comune: l’accumulo non riguarda solo vini generici o da fascia bassa, ma coinvolge anche prodotti a valore aggiunto, spesso pensati per mercati internazionali che stanno rallentando.
Quando il mercato non tiene il passo
A frenare la corsa delle vendite concorrono più fattori. Sul mercato interno, il consumo di vino continua a ridursi in termini strutturali, con stili di vita più sobri e una maggiore attenzione alla salute. All’estero, invece, l’incertezza geopolitica, le tensioni commerciali e l’aumento dei costi logistici rendono l’export meno fluido rispetto al passato.
In questo contesto, le giacenze elevate diventano una variabile critica: più vino fermo in cantina significa capitale immobilizzato, maggiore pressione finanziaria e, nel medio periodo, il rischio di interventi correttivi sui prezzi. Una dinamica che il settore conosce bene e che tende a penalizzare soprattutto i produttori meno strutturati.
Il 2026 come anno di scelte
Il vero tema non è il dato in sé, ma come il comparto reagirà nel 2026. Le scorte elevate impongono una riflessione su politiche produttive più equilibrate, su una gestione più selettiva delle denominazioni e su nuove modalità di dialogo con il consumatore.
Cresce l’attenzione verso segmenti alternativi – come i vini a basso o nullo contenuto alcolico – mentre l’enoturismo e le esperienze premium continuano a rappresentare una leva strategica per valorizzare il prodotto senza entrare in una spirale di sconti. Parallelamente, il tema della promozione sui mercati esteri torna centrale, ma con un approccio meno quantitativo e più identitario.
Il 2025 si chiude quindi con cantine piene e un settore chiamato a una prova di maturità. Perché oggi, più che produrre di più, il vino italiano deve vendere meglio, raccontarsi meglio e scegliere con precisione dove e come stare sul mercato.

