Il vino italiano si trova oggi davanti a un fenomeno che, numeri alla mano, desta più di una riflessione: le giacenze di vino in cantina continuano a crescere in quasi tutte le denominazioni, dalle grandi produzioni ai piccoli “gioielli” del territorio, in un contesto di mercato interno ed estero che fatica ad assorbire i volumi in eccesso.
I dati più recenti del report Cantina Italia dell’ICQRF evidenziano come, al 30 ottobre 2025, le scorte di vino italiano ammontassero a 44,5 milioni di ettolitri nei soli stabilimenti enologici, con un incremento del 5,2% su base annua e una crescita ancora più marcata rispetto a settembre (+23,8%). Un quadro simile emerge anche dai dati aggiornati al 30 novembre 2025, che mostrano un totale di oltre 53 milioni di ettolitri di vini Dop e Igp con aumenti generalizzati tra le principali denominazioni.
Scorte diffuse, ma consumi tiepidi
Il dato più importante è la diffusione del fenomeno: non riguarda solo poche denominazioni, ma praticamente l’intero paniere di vini italiani. Anche realtà prestigiose come il Chianti Classico (+12,3%), Franciacorta (+16,8%), Barolo (+6,1%) o Brunello di Montalcino (+10,4%) hanno registrato incrementi delle giacenze nell’ultimo anno. Tra le più dinamiche, spicca il Rosso di Montalcino, cresciuto di oltre +62%, sebbene parte di questo aumento sia legato all’allargamento dell’albo dei vigneti rivendicabili.
La concentrazione delle scorte resta significativa: circa 20 denominazioni su 526 contribuiscono a oltre la metà del totale delle giacenze, un segnale di come poche produzioni trainino gran parte dello “stock” nazionale.
Questo accumulo massiccio di vino in cantina è in parte fisiologico dopo vendemmie abbondanti come quelle del 2024 e 2025, ma il dato inquietante riguarda la capacità del mercato di smaltire queste quantità. I consumi interni mostrano segnali di stagnazione o lieve contrazione, mentre l’export — pur essendo cresciuto nei dati 2024 — affronta venti contrari come i dazi Usa e la saturazione di alcuni mercati chiave.
Una filiera sotto pressione
Per molti produttori, soprattutto i piccoli e medi, questo scenario si traduce in pressioni su prezzi e margini, oltre che nella necessità di rivedere politiche di produzione e distribuzione. Alcune denominazioni già discutono strategie di riduzione delle rese, mentre si esplorano strumenti come la distillazione dei surplus o il pegno rotativo per i mosti per dare liquidità alle imprese.
Il nodo resta duplice: da una parte c’è una produzione italiana importante e di qualità, che include vini di grande richiamo internazionale; dall’altra, un mercato che non cresce con la stessa velocità, tra consumi domestici tiepidi e mercati esteri sempre più competitivi. Per le cantine italiane, la sfida del 2026 sarà quindi gestire le scorte senza deprimere il valore del prodotto, puntando su branding, nuove nicchie di consumo e un equilibrio più sostenibile tra offerta e domanda.

